Aftermath. Changing cultural landscape: l’ex Jugoslavia dopo la Jugoslavia

Amer Kapetanović, Vorrei che tu fossi qui (2005)

di Anna Castellari - Una mostra, Aftermath – Changing cultural landscape, ritrae, nella sede di PArCo2 a Pordenone, scampoli di vita e residui bellici nella zona più tormentata dell’Europa: la (vicina) ex Jugoslavia. Ecco una rassegna dei lavori esposti.

Di buono, questa mostra ha certamente gli obiettivi. In una zona franca qual è il Friuli, a Pordenone, vicina all’ex Jugoslavia ma non troppo come potrebbe essere invece il suo capoluogo Trieste, i curatori (e l’amministrazione comunale) hanno voluto riunire diversi artisti, di nazionalità spesso in conflitto tra loro. Non soltanto: si è voluta ritrarre la vita quotidiana dopo le guerre che hanno insanguinato gli anni novanta in quella zona, ricorrendo a uno sguardo artistico.

Diciamolo, però: in alcuni casi, il rischio fotoreportage non è stato scongiurato. Non che questa modalità sia meno degna di considerazione rispetto alla fotografia artistica nel senso stretto del termine. Ma per un fruitore occidentale medio, le immagini che spesso provengono da quell’area appaiono quasi surreali, eppure ormai talmente diffuse da essere divenute un cliché. Certo, sono utili a documentare i luoghi, i cambiamenti, le involuzioni e le rivoluzioni. Ma forse sarebbe stato meglio porle in un’appendice alla mostra.

Sandra Vilaljič, Foiba Vinez, serie Terreni infertili (2011)

Questa mostra, che nelle intenzioni vuole disegnare i cambiamenti paesaggistici e storici – e lo dice chiaramente, anche nei testi che fanno da corollario alle fotografie – avrebbe potuto cogliere in modo differente le tendenze culturali di quei luoghi. Non per negare un trascorso che, inevitabilmente, ha segnato e segna ancora oggi la vita di molte persone, così come degli artisti; ma per dare uno sguardo più proiettato al futuro che al passato.

Tale approccio si nota in maniera particolare nella prima parte dell’esposizione, ad esempio nelle foto di In seguito di Ana Opalić, in Foiba Vinez di Sandra Vilaljič, nelle serie Vorrei che tu fossi qui (foto di copertina) e Due volte Natale del bosniaco Amer Kapetanović, e in altri lavori.

Borko Bukosav, Persona/Possesso

In altri casi, bisogna ammetterlo, si riesce invece perfettamente ad andare oltre. Penso ad esempio ai lavori di Ivan Zupanc (Serbia), e alla presenza costante di un simbolo religioso come la croce, in contesti visivi non scontati (la pozzanghera, un edificio cubico, un semaforo): una percezione distorta della realtà – siamo nei pressi della chiesa di San Sava a Belgrado – appositamente studiata dal fotografo. O a quelli del croato Borko Bukosav, che nel dittico Persona/Possesso affianca sei persone diverse per provenienza sociale e culturale, al proprio spazio intimo: la camera da letto. Tutti nudi, tutti in bianco e nero i protagonisti; a colori i loro spazi. Così, si va dai due anziani barboni che vivono sulle panchine, al ragazzo benestante con la camera da letto minimalista e design, passando per due ragazze di classe apparentemente media – almeno stando allo spazio privato che esse vivono.

Degno di nota anche il serbo Goran Micevski, che nella serie Belgrade(r) ritrae in maniera spontanea, senza alcuna premeditazione, alcuni luoghi della sua città, definendone chiaramente le evoluzioni economiche, rendendosi testimone di uno spazio invaso da un galoppante capitalismo.

Jasenko Rasol, Giardini d’inverno (2006)

Jasenko Rasol, croato anche lui, fotografa i giardini che lo “meravigliano”, come scrive lui stesso nella didascalia dedicata. “I giardini che fotografo sono emersi nella terra di nessuno delle zone-non-urbane, in spazi vuoti che esistono in città, sempre vicino a grandi complessi abitativi. Affinché i giardini appaiano, c’è bisogno di un pezzo di terra ragionevolmente ampio, assenza di proprietà privata e degli abitanti degli edifici vicini”. Un universo di non-luoghi à la Augé, simbolo di luoghi non considerati parte del tessuto urbano e destinati a divenire altro (centri commerciali, edifici residenziali), al momento dello scatto in stato di abbandono. E infatti, dopo quattro anni, l’artista non li ha più ritrovati.

Domagoj Blažević, serie Profumo dei giardini dimenticati (2009)

Di tutt’altre fattezze e profondamente ancorati al passato, sanno di nostalgica malinconia i giardini della serie Profumi di giardini dimenticati, di Domagoj Blažević, diario personale di una famiglia nella casa del nonno a Bjelovar, in Croazia, luogo in cui si sono trasferiti a seguito dello scambio di terre con la proprietà bosniaca originaria avvenuto durante la guerra. Dopo le divisioni nazionali in Bosnia Erzegovina, la famiglia non riuscì a tornare in Bosnia. E queste foto servono proprio a documentare i processi demografici e sociali, in conseguenza di sconvolgimenti come questo. In Nuova crescita – Un bosniaco sbattuto in un paese straniero, un arbusto cresciuto sul cemento testimonia il senso di straniamento degli esuli bosniaci. Altri protagonisti sono la quotidianità, gli oggetti più banali, i gesti più spontanei. Come il nonno che porta le pecore al pascolo, in Perché le pecore sono morbide (2009), o la ruota del carro abbandonata in Ritmo perduto. O ancora, le conversazioni familiari di Lui dice qualcosa, io corro in cortile e non so neanche dove stessi andando. A casa, nonno, a casa (2009). Sono sguardi introspettivi e delicati in memoria di una realtà che ormai rimane intatta solo nelle fotografie di famiglia e nell’intimità di una polaroid (o di un formato che assomiglia a quello della polaroid).

In definitiva, si tratta di una mostra da vedere per scoprire una vivacità intellettuale ormai ben nota ma non sempre visibile; anche se, forse, ci si sarebbe potuti distaccare maggiormente dall’approccio storicistico, per andare incontro ancora di più alle nuove tendenze.

La mostra è inoltre accompagnata da incontri culturali con poeti dell’area balcanica, letterati, antropologi. Domenica 20, alle 18, durante il finissage verrà rappresentato Dream, una lettura scenica on the road con Kenka Lekovich e Valentino Pagliei, con la partecipazione straordinaria di Sir Winston Leonard Spencer Churchill.

Aftermath – Changing cultural landscape
Tendenze della fotografia post-jugoslava 1991-2011

Fino al 20 gennaio 2013
Pordenone, PArCo2 – Via Bertossi, 9

Orari. Martedì-sabato 15-19 | domenica 10-13 e 15-19
Ingresso libero
tel. 0434 392916 – 392918
sito web. www.artemodernapordenone.it


8 responses on “Aftermath. Changing cultural landscape: l’ex Jugoslavia dopo la Jugoslavia

  1. Pingback: Nèura n° 15: Oggetti smarriti·

  2. I BALKANI NON SONO UN’ISOLA.

    E mentre me ne stavo tranquillo tutti i fine settimana a pescare in un’isola dalmata, là, oltre la Morlacca, si stava preparando e poi consumando uno degli orrori del mondo, la guerra. Dalla fine degli anni ottanta, non mi pareva vero aver trovato un posto tranquillo per me, la mia famiglia ed amici; tanto più tranquillo con il passar degli anni che ad un certo punto non c’era anima viva. Tutto bene, dissi, oltre questa striscia di mare, sulle Kraine, la notte non c’erano più luci e sulla strada costiera si scorgevano solamente le scie luminose dei convogli umanitari viaggiare di notte. Sapevo di rivalità e scontri etnici quasi inevitabili, ma mai che fossero dilagati in tutto il territorio jugoslavo. A distanza di qualche anno ho percorso più volte queste terre in lungo e in largo, filmando con gli occhi i luoghi, persone e vita quotidiana, ovvero di quel che ne è uscito dal conflitto assieme a distruzione e migliaia di morti.
    La Jugoslavia, figlia di un buon proposito di Tito (non lui), diventava ex ed ora tutto è più difficile. E’ una terra bellissima, popolata da gente temprata che saprà riscattarsi dalle disgrazie. La mostra AfterMath al Parco2 di via Bertossi a Pordenone( è aperta ancora qualche giorno) è solo un documento fotografico di una storia recente, accaduta a sole quattro ore d’auto da casa mia. Alcuni titoli: “vorrei che tu fossi ancora qui” , “una terra incoltivabile”, mi fanno capire quanto sia difficile ricominciare, ma il mare, i monti, i fiumi saranno gli elementi su cui i giovani sapranno ricostruire nuove relazioni.
    Guardo sempre ad Oriente, perchè è da lì che nasce il sole.

    http://www.youtube.com/watch?v=DyFzdvFpMZ0
    ( Odessa Bulgarish è un pezzo tradizionale di musica balcanica arrangiato dalla Municipale Balcanica)
    AfterMath è il titolo di un famoso disco dei RollingStones del 1966

    f.

  3. mi permetto solo di segnalare un piccolo refuso:
    il nome Andra Vilaljič va corretto con Sandra Vitaljić. Se potete provvedere.

    Grazie mille.

  4. Pingback: Siate candidi come colombe ed astuti come serpenti·

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