Alma, Jeanne, Camille. Creature del desiderio

di Sonia Cosco Rubiamo il titolo di questo articolo a un godibile libretto uscito recentemente per Skira, il cui autore è più noto per i suoi romanzi polizieschi, che non per raccontare storie d’amore. Stiamo parlando di Andrea Camilleri e del suo La creatura del desiderio che raccoglie, con il consueto stile smaliziato e sornione dello scrittore siciliano, i frammenti di un grande amore, quello tra il pittore austriaco Oskar Kokoschka e Alma Mahler, ci dà lo spunto per rimettere il naso tra gli scaffali della libreria e rispolverare altri due libri (edizioni Abscondita) e altre due storie note: quella tra Amedeo Modigliani e Jeanne Hèbuterne, quella tra Auguste Rodin e Camille Claudel. Perché la passione chiama passione.

Gli amori aprono e chiudono porte e finestre. Si lasciano dietro porte sbattute o spalancano finestre per fare entrare le stelle, oppure vanno in frantumi, pezzi di vetro sui quali camminare, ferendosi o resistendo al dolore come l’uomo della canzone di De Gregori che ha «due anime e un sesso, di ramo duro in cuore».

È notte quando Oskar Kokoschka apre la porta di casa, va in giardino e cerca di nascondere e infilare in un cespuglio la testa e il corpo della bambola a dimensione umana che raffigurava la sua amata Alma. L’aveva ‘uccisa’, decapitata in preda a un impeto di gelosia, quasi un baccanale orgiastico finito male, dopo una festa in casa sua, in cui scopre che due suoi invitati stavano ‘abusando’ della sua creatura, nata dalle mani di una bravissima artigiana del tempo, Hermine Moos, che avrebbe dovuto riprodurre in ogni minimo dettaglio le fattezze della donna amata.

È dalla finestra del quinto piano dell’appartamento dei suoi genitori che si gettò la giovanissima Jeanne Hébuterne qualche giorno dopo la morte del suo amato Amedeo Modigliani.
Sempre da una finestra, ma del suo atelier, il 10 marzo 1913 fu scaraventata Camille Claudel da alcuni uomini, per essere condotta di forza nell’ospedale psichiatrico dove rimase per tantissimi anni. Queste le sue parole:

(…) Lunedì scorso due forsennati sono entrati in casa mia, in quai Bourbon, mi hanno presa per le braccia e mi hanno lanciata dalla finestra del mio appartamento in una automobile che mi ha condotta in un manicomio (…).1

Finestre, porte, ante che si aprono, si chiudono, sollevano polvere, si incrinano, si rompono, come accade spesso alle grandi storie d’amore. Almeno quelle che vogliamo raccontarvi questa settimana.
La prima è quella tratta dal libro di Andrea Camilleri La creatura del desiderio edito da Skira. L’autore con spirito analitico, ironico e nello stesso tempo indagatore, sviscera la tormentata relazione tra il pittore Oskar Kokoschka, artista anticonformista, anima ribelle, vissuto in Austria in piena Belle Époque. Il libro è cadenzato in dieci capitoli in cui si alternano con vivacità punti di vista, lettere e soprattutto interpretazioni. Camilleri immagina, usa la fantasia, ma nello stesso tempo cerca di ricostruire con precisione. Suppone, deduce, più che svelare. E in questo gioco di riflessi e ipotesi, emerge il filo conduttore dell’opera, il tema del ‘simulacro’ che attraversa la mitologia, la letteratura e si concretizza nella decisione di Oskar che lascerà di stucco i concittadini e riempirà le pagine dei giornali di gossip.

Andrea Camilleri, particolare del libro La creatura del desiderio

Alma è una delle donne più famose e più belle di Vienna, giovane vedova del grande musicista Mahler. Kokoschka vede in Alma l’angelo che può salvarlo, Alma vede in Oskar l’uomo che può amarla fino a spingersi sul baratro della follia e che può quindi appagare il desiderio narcisistico che ogni donna cova nel segreto, di diventare un’ossessione, una creatura del desiderio. Appunto. Ed è proprio l’ossessione a modellare la relazione tra i due, osteggiata dalle rispettive famiglie e dagli amici. La sposa del vento (1914) è sicuramente l’opera più nota, più emblematica del vortice emotivo e una delle tante che Kokoschka ha dedicato alla sua compagna. A un certo punto però l’instabilità di Oskar spaventa la donna, che forse non è abbastanza coraggiosa per incarnare il sublime che l’amato vede in lei o per condividere un’esistenza precaria e incerta. Alma apre la porta della casa in cui avevano vissuto insieme per anni, senza guardarsi indietro, poi la sbatte, risoluta, decisa a non metterci più piede, ma sbagliava, non sapeva che avrebbe riattraversato quella soglia diversi anni dopo, con un’altra forma, con un’altro spirito, come ‘simulacro’. La bambola che Oskar si fa costruire dall’artigiana è ciò di cui ha bisogno per sopravvivere alla fine del suo amore, deve mostrarla a teatro, per la città, la sua ‘signora silenziosa’ e così follemente simile alla vedova di Mahler. Ma come ci ha insegnato lo psicoanalista Donald Winnicott gli oggetti transizionali sono destinati a essere abbandonati, quando il loro scopo terapeutico ha sortito un qualche effetto benefico. Oskar però non si limita a un graduale abbandono, ma vuole punire il simulacro con ferocia per il dolore che l’altra Alma, quella in carne e ossa, gli ha causato.

Oscar Kokoschka, La sposa del vento, 1914

Per una donna che lascia il suo amato per paura, c’è un’altra donna che ama con coraggio fino alla fine, ma viene condannata dalla società. Camille Claudel in Corrispondenza (Edizioni Abscondita) usa le parole, a fiumi, perché non può più usare le mani per scolpire le meravigliose creature di bronzo, alcune delle quali si possono oggi ammirare presso il Museo di Rodin, a Parigi.  Hanno deciso per lei, che quella vita da artista indipendente e anticonformista, non può essere tollerata e va rinchiusa dentro le celle di un manicomio. Ai pionieri coraggiosi e liberi purtroppo un tempo capitava molto spesso e Camille con il suo carattere forte, il suo atelier, i suoi amati gatti, andava ricondotta nell’ordine della disciplina e dell’austerità e rimarrà interdetta fino alla morte, prima nel manicomio di Ville-Evrard e poi di Montdevergues. Quello di Corrispondenze, è un ritratto oltre Rodin, di una Camille che non ama le regole, vive e scolpisce d’istinto, niente nature morte, ma ritratti, impasta argilla, gesso, modella marmo, sa raggiungere equilibrio tra movimento e staticità. Pare che Rodin facesse modellare solo a lei i piedi e le mani di alcune sue sculture, ma i critici iniziano a interessarsi anche alla giovane e alle sue opere, indipendentemente rispetto al maestro. La relazione tra i due pittori attraversa alti e bassi in cui si inserisce anche l’incontro con il musicista Claude Debussy che pare si fosse invaghito di lei. Camille ama Rodin, ma lui non lascia la sua compagna Rose Beuret. Il rapporto tra i due s’incrina, Camille vive sempre più nell’isolamento, le condizioni economiche peggiorano. Inoltre sente che Rodin, sempre più famoso, le ha ‘rubato’ qualcosa. Gli stessi critici sono concordi nel ritenere che Camille e August si siano influenzati a vicenda e soprattutto che senza Camille, Rodin non avrebbe realizzato le sue sculture dalle così forte implicazioni psicologiche.

Il 10 marzo del 1913 Camille viene ricoverata e fino al 19 ottobre 1943, giorno della sua morte, scrive lettere e non scolpisce più, anche quando glielo avrebbero permesso. Ma l’arte era la libertà, essere artista a comando, non aveva ovviamente, alcun senso e con il suo rifiuto Camille lo ribadisce.

L’ultima storia è quella di una ragazza dolcissima, così dolce da essere soprannominata noix de coco, ‘noce di cocco’, dagli amici artisti. Stiamo parlando di Jeanne Hébuterne, la piccola e riservata amante del grande Amedeo Modigliani. Studentessa talentuosa, inserita nella comunità artistica di Montparnasse dal fratello, allieva dell’Accadèmie Colarossi, quando conobbe Amedeo Modigliani divenne la sua musa ispiratrice, la sua compagna. È lei la protagonista di molti ritratti del pittore livornese, anche se, vissuta all’ombra di Modigliani, in pochi ricordano la sua bravura di pittrice. La biografia su Modigliani è sterminata e ambivalenti sono le notizie riguardanti il rapporto tra lui e la giovane. Nell’opera Modigliani, mio padre, la figlia di Jeanne e Amedeo (Jeanne Modigliani) racconta la storia dei loro genitori, con sensibilità, ma anche con precisione, annotando testimonianze, analizzando documenti. Al di là di ciò che non potremo mai conoscere, sicuramente sappiamo l’epilogo di questa favola triste. Amedeo era di salute cagionevole, peggiorata dalle sregolatezze, dall’alcol, dalle droghe. Si ammala e quando muore, in un letto di ospedale, Jeanne, alla sua seconda gravidanza, chiede ai familiari di essere accompagnata, per un ultimo saluto.

Camille Claudel al lavoro nel suo atelier

Non un bacio, non una carezza, ma un lungo sguardo sul corpo senza vita del suo amato. Il giorno dopo, la immaginiamo sfiorare con la mano il pancione al nono mese e con l’altra aprire una finestra. Il volo dal quinto piano dell’appartamento dei suoi genitori è il desiderio di ricongiungersi con la sua anima gemella e nel suggestivo e gotico cimitero parigino di Père Lachaise, Jeanne risposa vicino al suo Amedeo.

1 Camille Claudel, Corrispondenza


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