Carlo Mazzacurati: la terra, il paesaggio

di Anna Castellari La settimana scorsa se n’è andato, a soli cinquantasette anni, un grande narratore del nordest quotidiano. Del suo paesaggio. Delle sue persone. Un nordest con la ‘enne’ minuscola, proprio perché non voleva fare di ogni storia la Storia, ma solo raccontare il piccolo e il reale: Carlo Mazzacurati.

Carlo Mazzacurati, L’estate di Davide

Ilvo Diamanti ha scritto che nelle storie di Carlo Mazzacurati, narrate con sapiente maestria dal regista padovano appena scomparso, «le persone e i paesaggi si equivalgono. Un’equazione che si ripete in tutte le sue opere, instancabilmente».

Scrive ancora, Sergio Gatti, nella sua critica alla Lingua del santo, “film malincomico” del 1999, che Mazzacurati usa «interessanti soluzioni visive offerte soprattutto da certi movimenti di macchina che fanno ruotare il paesaggio intorno a lui o rendono le sue soggettive immaginarie degli sguardi aerei e sognanti».

Insomma: negli occhi del regista la realtà è sì fatta di persone – magari ladruncoli da strapazzo, proprio come in quel film – ma anche, oseremmo dire soprattutto, dal paesaggio. Le due componenti si completano vicendevolmente, la laguna veneziana aderisce perfettamente alla narrazione, alle atmosfere, allo stato d’animo dei personaggi e – presumibilmente – dello spettatore.

Ritratti – Andrea Zanzotto, di Carlo Mazzacurati con Marco Paolini. Still da video

Non è un caso se il regista abbia esordito nel 1979 con un road movie (mai distribuito nelle sale), Vagabondi. Se il paesaggio è rimasto un marchio indelebile del regista sui suoi film, esso è ben presente anche in altre pellicole come Vesna va veloce o L’estate di Davide. In quest’ultima, in particolare, «il paesaggio… si abbandona a questa lentezza, la riconosce come propria; non si limita a reinventare lo spazio, a creare una sorta di vuoto bressoniano attorno al rilievo plastico dei corpi, ma va oltre» (T. Masoni). È ciò che forse compie in ogni sua opera: integrare i movimenti dei protagonisti, i loro pensieri, con ciò che li circonda.

Carlo Mazzacurati, La lingua del santo

Tale integrazione è presente non soltanto nei lavori di fiction, quindi a vocazione più artistica per natura intrinseca dell’opera, ma anche in tre documentari, realizzati in collaborazione con Marco Paolini, a vocazione divulgativa. Si tratta di tre interviste, della durata di circa cinquanta minuti ciascuna, realizzate dal regista padovano a tre scrittori veneti di importanza epocale: Mario Rigoni Stern, Andrea Zanzotto, Luigi Meneghello. Intervistati nell’intimità delle loro case, i tre scrittori tracciano in maniera efficacie, anche grazie alle domande poste da Marco Paolini, un profilo intellettuale della propria vita artistica, nel quale entra a tratti il paesaggio urbano e non che essi vivevano nel loro quotidiano: per Rigoni Stern le strade di Asiago (Vi), per Zanzotto Pieve di Soligo (Tv), per Meneghello, infine, Malo (Vi). Sono cittadine di provincia, ridisegnate attraverso la telecamera guidata dalla mano del regista, che fanno dimenticare il Veneto della lega e del razzismo. La terra, il paesaggio, le immagini che accomunano un territorio diventano così una questione non soltanto facente parte del proprio vissuto privato e autoreferenziale, bensì un patrimonio collettivo di rilevanza pubblica.

C’erano luoghi inesprimibilmente ameni lungo il torrente: boschetti di acacie, praticelli come quello in fondo al Prà, oltre il doppio anello dei platani, un margine d’erba più basso del prato comunale, quasi al livello del torrente. Il dirupo del torrente lo chiude scendendo con uno speroncino di roccia aggirato da una traccia di sentiero nel sasso. Sopra la roccia un aspro recinto di spine rinserra il brolo antico del prete, aggrappato alla costa che spiove, e da questa parte affatto inaccessibile.

(Luigi Meneghello, Libera nos a malo, Mondadori 1986)


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