Critico, ergo sum – Ancora un giro, grazie

di Riccardo Zelatore – Ancora un giro, grazie. Le cose non si lasciano mai a metà. E allora eccovi la seconda e ultima puntata su quello che penso dei critici d’arte.

Eduard Habicher, Tenuta La Giustiniana. Foto: Thomas Libiszewski

Che cosa ci aspettiamo dai critici? Che trovino la semplicità linguistica e le proprietà necessarie a raccontarci il mondo dell’arte. Tutto qui. A farcelo capire un poco, che poi magari ci piace anche di più.

Ora, cercando di non cadere nel luogo comune, vorrei dire come stanno le cose, almeno dal mio punto di osservazione. È vero che oggi sono i direttori dei musei le figure più influenti tra coloro che, per profilo e bagaglio, discendono, a torto o ragione, dalla categoria dei critici. Sono loro che hanno progressivamente determinato la perdita di influenza dei critici indipendenti. Il loro prestigio e il loro peso non è tuttavia direttamente legato alla capacità linguistica, quanto all’importanza dell’istituzione che rappresentano. E ancora alla capacità di essere attrattivi per programma culturale e relazione con altri colleghi, istituzioni e gallerie, infine il pubblico. E poi, finiscono per essere più manager culturali che non comunicatori e produttori d’arte. Voglio dire: conta la capacità di trovare risorse e di creare ‘aura’ intorno a un artista o a un progetto. L’equazione prezzo uguale valore ha condizionato e condiziona tutt’oggi gli orizzonti del mercato dell’arte. I critici sembrano a servizio.

Gianfranco Pardi, Annotazioni d’arte. Foto: Thomas Libiszewski

Vero o falso? È vero che vige la tendenza all’apologia diffusa che è poi conseguenza di una committenza speculativa. Ci sono quindi sacerdoti dell’arte (a livello locale, nazionale e internazionale) che sacrificano le loro potenziali attitudini a un sofisticato quanto legittimante elogio dell’opera d’arte di turno (a prescindere intendo).

Sovente scrivono in modo poco comprensibile, usano citazioni a dismisura per insaporire culturalmente il menu e accostano in maniera avventata il lavoro analizzato ai grandi maestri della storia dell’arte, nel tentativo di giustificarne una collocazione storico – filologica. A parte qualche eccezione sono retorici, noiosi, falsamente mediatici. Spesso superficiali e inconsistenti. Ora è pur vero che la mise en plat ha il suo perché, ma servono ingredienti buoni e talento per fare un buon piatto.

Sull’altro versante, altri critici perseverano in modo rigoroso e isolato alla lettura della creazione artistica. Sono studiosi seri, sovente ancora legati all’ambiente accademico e didattico, che conducono una finalità di valorizzazione della produzione artistica attraverso la riflessione teorica, informativa e divulgativa. Si dispensano tra simposi e convegni, pubblicazione di saggi a carattere sistematico e monografie, collaborano con riviste di settore e quotidiani. Alcuni di loro sviluppano una specializzazione legata a un periodo storico, un movimento o un gruppo di artisti. Altri si dedicano a ricognizioni storiche più allargate, altri ancora prediligono approcci di prossimità al lavoro contemporaneo con valore di militanza.

Mauro Staccioli, Tenuta La Giustiniana. Foto: Thomas Libiszewki

Se la prima categoria profilata non mi pare utile se non a farcire il catalogo che accompagna la mostra e firmare la presentazione di vernice, i secondi sono certamente necessari. A patto che, tutelando la loro autonomia, riescano a informare, commentare e valutare in modo comprensibile per un pubblico che è sempre più allargato. Semplicità e selezione devono essere le parole d’ordine. Che non vuole significare la generalizzazione o la banalizzazione, quanto il coltivare l’opportunità di avvicinare in modo efficace una fascia di utenza meno colta, che è poi la più diffusa. Bisogna perseguire questa finalità mettendo ordine in una proposta culturale (parlo sempre di arti visive) smisurata, caotica e globale. La faccenda è tutt’altro che semplice e proprio per questo servono professionisti che ritornino a educare il gusto, a trasmettere i codici e le chiavi interpretative corrette per evitare l’ambiguità imperante, la sottomissione supina agli interessi e agli azzardi mercantili.

Paolo Iacchetti. Foto:  Paolo Vandrasch

Qui entra in gioco una ulteriore categoria di critici (a volte sovrapposta alle precedenti) che è quella più legata agli aspetti organizzativi, di curatela, di consulenza e di collaborazione con assessorati, fondazioni, gallerie, musei, rassegne fieristiche, premi. Sono figure che subordinano la scrittura al lavoro di valorizzazione operativa che ha legami piuttosto stretti con il mercato. Sono personalità più attente alle novità e ai giovani emergenti. Hanno preparazione e profilo internazionale, sono dinamici, curiosi e ambiziosi. Vivono il loro tempo e forse sono più disponibili a cogliere i cambiamenti della geografia del mondo dell’arte. Sono più indirizzati ad accogliere nuove mappature e rappresentano la classe di coloro che meglio di altri possono puntare a una realizzazione nobile del presente. Largo ai giovani dunque. Ma preparati e onesti.

Chiudo qui le mie riflessioni sulla critica d’arte consapevole di essere stato parziale e di aver trascurato un po’ di cose. Tra queste c’è un questione sulla quale, senza prometterlo, qualcosa mi andrà prima o poi di scrivere. Il tema è quello dei media e delle riviste specializzate, che giocano un ruolo non trascurabile nel generare informazione, consenso e orientare il pubblico dei lettori nel sistema dell’arte.

À bientôt!


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