Critico, ergo sum – Casa di bambola, ovvero scultura contro architettura

Boeri, Bosco Verticale, Milano (2013-2014)

di Riccardo Zelatore – Questa settimana rompo le regole. Vi regalo un testo di Alberto Rigoni, chief curator della Fondazione Zappettini per l’arte contemporanea, che ben inquadra questo ambiguo e dialettico rapporto.

Il lavoro architettonico nasce per una funzione, che è quella di ospitare l’essere umano in una qualsiasi attività della sua vita. Dalla nascita alla morte, l’architettura ha sempre provveduto a dare all’uomo un luogo adatto per ogni occasione: una casa dove vivere e ripararsi, un edificio dove sacralizzare i momenti salienti del proprio percorso sulla Terra (nascita, matrimonio, morte), teatri dove educarsi, anfiteatri e stadi dove svagarsi con giochi più o meno cruenti, ponti per superare i fiumi, torri per guardare più lontano, castelli e fortezze per difendere il proprio territorio, sepolcri per segnalare una sepoltura.

La forma di questi luoghi è sempre stata connessa alla loro funzione: pensiamo per esempio al giardino all’inglese, a come nel periodo di maggior splendore, cioè nella prima metà dell’Ottocento, esso sia stato una sintesi perfetta di architettura e scultura, il tutto modellando i terreni, lavorando le piante come vere e proprie sculture, disponendo gli spazi perché l’uomo vi potesse trarre il massimo giovamento, il giusto raccoglimento e un salutare svago.

Eppure da almeno un paio di secoli a oggi, la forma e la funzione si sono sganciate definitivamente. Dalla fine del Settecento, cioè ai tempi in cui gli architetti francesi Boullée e Ledoux progettavano utopistici edifici fatti a forma di sfera e con fattezze del tutto inadatte ad accogliere la vita umana, c’è stato un progressivo allontanamento tra scultura e architettura. Se fino al Medioevo non poteva esistere una scultura fine a se stessa, ma doveva essere sempre concepita nel contesto architettonico e urbanistico in cui si inseriva (una statua di Atena in un tempio greco o il bassorilievo a decorazione di una chiesa o di un altare), oggi siamo arrivati a un punto in cui la scultura è pura scultura e la si può collocare quasi sempre ovunque si vuole (dentro un museo, in una piazza, in un giardino), e l’architettura è pura architettura e non ha più come unico scopo quello di accogliere l’uomo, bensì quello di proporsi come oggetto architettonico. Pensiamo per esempio al Museo Guggenheim a Bilbao di Frank O. Gehry (1997): tutti riconoscono a colpo d’occhio la sua forma esteriore, ma in quanti ricordano anche solo una mostra che si è tenuta al suo interno?

La scultura, durante gli anni della Minimal Art, cioè tra gli anni sessanta e settanta, ha raggiungo il proprio grado zero. Proponendo per manufatti degli oggetti dalla forma elementare (per esempio, una sequenza di parallelepipedi come Donald Judd) ha stabilito il livello minimo (‘minimal’, appunto) di ‘scultoreità’ di un’opera: la scultura significa solo se stessa, la forma non ha altre funzioni che essere, e può esserlo dovunque allo stesso modo, perché non c’è più alcun legame col contesto.

Così il cubo, la sfera, la piramide sono diventati l’oggetto perfetto, autosufficiente, che non ha bisogno di interazioni di significato con ciò che lo circonda (una chiesa, una casa, una piazza). Può essere messo ovunque e ovunque sta bene, perché esso rimane sempre se stesso. Pensiamo alla piramide di vetro che Ieoh Ming Pei ha inserito (1989) nel cortile del Museo del Louvre, nel contesto di una radicale trasformazione della disposizione del museo stesso. Prima in pochi avrebbero riconosciuto a colpo d’occhio il Louvre, oggi ci basta uno sguardo alla piramide di vetro.

Jakob-MacFarlane, Orange Cub, Lione (2011)

Così l’architettura oggi si trova a inseguire la scultura, e a progettare edifici partendo o basandosi sulla forma più che sulla funzione: pensiamo all’Orange Cube di Lione (2011, architetti Jakob & MacFarlane), che gioca su forme elementari come il tronco di cono per definire gli spazi interni; pensiamo al padiglione della Gran Bretagna all’Esposizione Universale di Shanghai del 2010 disegnato da Thomas Heatherwick, un cubo fatto di steli che – per precisa volontà dell’architetto – deve essere sufficientemente attraente per un visitatore esterno, perché nelle Expo i visitatori difficilmente hanno il tempo di entrare dentro ciascun padiglione.

Quindi che cosa abiteremo domani? In quali oggetti ci installeremo? Avranno forme elementari come quelle del Crystal Planet (2002) immaginato per il film Guerre Stellari dal concept artist canadese Stephane Martinière? Oppure dovremo o potremo vivere in città-giardino o in città-orto, come sembra suggerirci il progetto per l’Esposizione Universale di Milano del 2015? O, non avendo spazio per ricostruire sconfinati giardini all’inglese, passeremo la vita in edifici con precise funzioni primarie che in aggiunta ingloberanno i giardini stessi, come già avvenuto a Milano con i due palazzi del Bosco Verticale disegnati da Stefano Boeri (2013-2014) o come il Garden Bridge disegnato dallo stesso Heatherwick, pronto nel 2017? O in città-menhir come la NeoShanghai ipotizzata da Martinière?

Ieoh Ming Pei, Piramide del Louvre, Parigi (1989)

In Casa di Bambola (1879), il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen immagina Nora, una giovane donna un po’ sciocchina e capricciosa, alla quale tocca passare una brutta avventura: viene circuita, ricattata e pur essendo innocente la sua moralità viene messa in dubbio dal marito. Alla fine, tutto si aggiusta e il suo onore è salvo, ma Nora è cambiata: le traversie l’hanno fatta improvvisamente maturare, è una donna diversa, non è più una bambina e non lo sarà mai più. Perciò decide di andare per la propria strada.

Per architettura e scultura, forse, il percorso sarà lo stesso: da una loro fase di perfetta innocenza hanno passato in questi ultimi secoli diverse avventure, entrambe hanno compiuto un lungo giro di ruota e ora si ritrovano assieme sulla questione del rapporto tra forma e funzione. Né scultura né architettura sono più quelle di prima, sono anzi profondamente cambiate. Non ci resta che aspettare e vedere se e come riusciranno a trovare anche loro, come Nora, la propria strada verso la vita adulta.


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