Critico, ergo sum – Esercizi dell’intelligenza

Umberto Stagnaro

di Riccardo Zelatore – Abbagliati e storditi dalle sirene mercificate e mercificanti dell’arte, corriamo sempre più il rischio di smarrire la misura di un “bello” che sovente sopravvive nelle piccole cose. Questa settimana mi va di riprendere alcune parole scritte per un amico di nome Umberto Stagnaro.

I suoi ultimi lavori, che si potrebbero definire (non me ne voglia Umberto) racconti vestiti da quadro, non li si riesce a guardare senza emozione. È un piccolo universo, che brulica di storie grandi e minime, dove senti la mano del pittore, ma anche del grafico, dell’artigiano, dell’ermeneuta e del poeta. Filtra una certa temperatura, qualche colore caldo a fissare l’incanto di un equilibrio cercato tra silenzio e voce, tra freddezza e compassione, tra naturale e artificioso, tra presenza e assenza, tra parola e segno. E Stagnaro lo fa con eleganza e precisione. Sono lavori che osservo con occhi nuovi, più attenti. Li osservo da poco, ma è come se fossi stato là, in quell’angolo della mente di Umberto che ha fermato e ritratto quel frammento di vita. C’è una certa idea di letteratura, a me un poco estranea, ma dichiarata dall’autore, a ritagliare un fotogramma, un indizio che è sensazione, umore, memoria, esistenza.

Umberto Stagnaro

Ricorre una simbologia legata ad alcuni autori prediletti (e studiati) della letteratura americana dell’Ottocento come Henry David Thoreau, Walt Whitman, Herman Melville o Emily Dickinson. Per ciascuno, Stagnaro evoca un referente, una specie di esercizio dell’anima. Lo spazio selvaggio (tipico delle narrative del New England, che può anche essere inteso come lontananza da Dio) per Thoreau e Whitman. Per quest’ultimo anche la bandiera americana. L’oceano e le balene per Melville. La coperta patchwork per tutti, ma principalmente per la Dickinson a sottolinearne la dimensione intimistica e casalinga. Le mani sono ancora dedicate a Whitman che cita spesso il suo corpo e il toccare. Le alci a Thoreau; le ultime, in ordine di tempo, sono realizzate con copertine e carte di metà Ottocento, di provenienza inglese o americana, praticamente contemporanee agli autori analizzati. Sempre su carte antiche, un libro e carte topografiche con piccole zone dipinte in bianco (neve sui prati) ispirate a una poesia della Dickinson che parla delle geometrie della neve. Insomma, un mondo.

Umberto Stagnaro

Ma non ci dobbiamo fermare all’immagine poetica. Ci vuole pazienza, dedizione e anche un bel po’ di cultura per entrare nelle pieghe della ricerca di Stagnaro. È un’epifania di sobria partecipazione. Credo che la cosa abbia a che vedere con la sua naturalezza, la sua mitezza, la sua assenza di virtuosismo (palese per tanti, quasi sempre fine a se stesso) nel rispetto di certe primitive armonie ritmiche, una polifonia con il gusto di ogni suono prezioso e preciso, al posto giusto. Un certo senso estetico per la dimensione dei segni, l’equilibrio degli spazi, l’eleganza delle simmetrie. Che non è compiacimento, ma fiducia ostinata nella forza delle cose semplici.
Stagnaro non dà mai la sensazione di voler risolvere o svelare alcunché. Nel parlare del suo lavoro, Umberto non dà mai l’impressione di esibirsi in qualcosa di particolare, né di aspettarsi una qualche ammirazione. Dispone i suoi ultimi lavori, tutti di piccole dimensioni, parlando intanto d’altro. Ma lo fa con cautela sapiente, uno accanto all’altro, in modo da testimoniare la vocazione a un senso. O apre un cassetto, a svelarti, con il diligente riguardo che un naturalista riserva ai suoi oggetti di studio, invisibili sfumature dell’esistere, piccoli reperti custoditi negli anni per annotare le verità dei viventi. Una traccia, un ricordo, un’osservazione, un colore esatto, una carta preziosa, una vecchia fotografia, una mappa, una reliquia della natura. Prendete quegli elementi, disponeteli su un foglio bianco, pochi alla volta, e, se sapete dipingere – o meglio, comporre – tra realtà e immaginazione come Stagnaro, concepirete un quadro (e forse non è neppure corretto definirlo tale) che sta un passo oltre il dipingere puro e semplice, e un passo prima dell’ostentazione creativa. Lì in mezzo c’è una certa idea di bellezza, quasi monastica, ma provvisoria, fragile. Una liturgia possibile di sottrazione che, come già qualcuno ha scritto, nei mediocri, conduce alla freddezza, negli autori eccellenti avvicina alla verità.

Nei lavori di Stagnaro, segno verbale e segno visivo assumono un rapporto di pacato equilibrio senza reciproca subordinazione: materiali e parole, cose e segni, sono capaci di esprimere il flusso di realtà distinte tipico della vita quotidiana. Le tecniche utilizzate che spaziano, in maniera osmotica, dal collage al fotomontaggio, dalla grafica all’assemblaggio, sono coerenti con gli assunti della Poesia Visiva che Stagnaro ha frequentato continuando a impiegare «[…] quelle forme di comunicazione verbale che intendono farsi vedere … quelle forme di comunicazione visiva che intendono farsi leggere, nella consapevolezza che fra Letteratura e Arti visive, fra Pagina e Quadro, fra Parola e Immagine, non ci sono frontiere precise e neppure occasionali sconfinamenti, ma piuttosto sistematiche sovrapposizioni e integrazioni nel segno della continuità […]»(L.Pignotti, Fra parola e immagine, Padova, Marsilio, 1972). Il risultato è una sorta di ‘interlinguaggio’ che, attraverso l’associazione del segno verbale con altri segni extralinguistici e la combinazione fra parola e immagine, conduce lo spettatore a una lettura simultanea dell’opera.

Umberto Stagnaro


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