Critico, ergo sum – Fare, saper fare, saper far fare, far sapere

Foto di Massimo Ferrando

di Riccardo ZelatoreAbbiamo, noi italiani, un patrimonio genetico invidiato dal resto del mondo, che continuiamo a trascurare. Oggi molta è l’attenzione dei media al ‘saper fare’ e al made in Italy. Ma è davvero corrisposta dal pubblico nostrano e dagli stessi detentori? Se penso al comparto della ceramica artigianale e artistica, soprattutto quella ligure, qualche dubbio rimane.

Un’importante casa editrice (Electa) e un prestigioso brand del settore cosmetico e del lifestyle (Acqua di Parma) hanno da poco realizzato un interessante progetto con l’obiettivo di raccontare un ‘saper fare‘ che da sempre rende inimitabile il nostro paese. Un sontuoso volume (e non poteva essere altrimenti considerati i patrocinatori) titolato La nobiltà del fare, ritrae, attraverso le riprese fotografiche di Giovanni Gastel e i testi di Andrea Kerbaker, le storie di uomini e donne che hanno ricevuto in eredità dai loro avi una cultura del bello, un’attenzione alla perfezione e alla qualità, alla ricerca, alla professionalità e alla volontà di tramandare un mestiere artigianale. Dai maestri vetrai Barovier&Toso alle Ceramiche Gatti, da Tramontin&figli che costruiscono le gondole alla Pontificia Fonderia Marinelli che fabbrica le campane per lo Stato Pontificio (giusto per estrarre qualche esempio), emerge un’Italia nobile di spirito, capace di credere nei propri sogni e trasformarli in progetti concreti, proficui, ricercando l’eccellenza nella continuità di una tradizione.

Contestualmente Oscar Farinetti, abile e arguto imprenditore a trecentosessanta gradi, fondatore di Eataly tanto per inquadrarne il profilo più attuale, ha pubblicato per Mondadori il libro Storie di coraggio, 12 incontri con i grandi italiani del vino, facendosi raccontare e raccontando la tenacia, l’ambizione, la passione, la responsabilità e la capacità di famiglie vignaiole nobili e contadine. Il titolo di questa rubrica l’ho preso in prestito proprio da lì. Due esempi, tra i tanti, che documentano e testimoniano un’attenzione crescente per il ‘ben fatto’. Se poi questa attitudine la decliniamo nel ‘fatto ad arte’, i referenti mi sono ancora più prossimi e penso a tanti artisti e artigiani amici, che nel rispetto e nei limiti delle specificità singole, da sempre hanno perseguito, tuttora indomiti, questo assunto paradigmatico. Per alcuni di loro la cultura del progetto è vera e propria missione.

Foto di Massimo Ferrando

Foto di Riccardo Zelatore

Ora, non è che ho proprio la fissa per la ceramica. Ma avendo messo radici a due chilometri da Albisola mi è naturale riflettere sulla situazione e sui protagonisti di questo settore. Ricollegarsi alla nostra tradizione artigianale è un attimo e il domandarsi come mai non si è saputo adeguarla alle mutate e poliedriche esigenze della civiltà contemporanea, ad esempio testando nuove tecnologie e nuovi materiali, mi pare altrettanto legittimo.
Vero che abbiamo a che fare con il genoma ligure, noto per parsimonia e oculatezza, per il facile lamento e la scarsa propensione all’azione, ma se restiamo in ambito culturale, vantiamo veri e propri talenti. Basti pensare alla musica, alla letteratura, alla poesia, all’architettura. E di talento parecchio se n’è visto anche nel ristretto dipartimento della ceramica. Un po’ circola ancora nella nostra brezza marina, ma è sempre più evanescente. Abbiamo avuto maestranze artigiane di grande valore e portare il meglio del passato nel futuro dovrebbe essere la missione nobile di una avveduta politica culturale. Quello che intendo, quando dico portare il meglio del passato, non è fare operazioni di maquillage spicciolo o remake nostalgici, ma contribuire con impegno a una realizzazione intelligente del presente partendo dal patrimonio culturale seminato da chi ci ha preceduto e fondando i presupposti per poter fare altrettanto con chi ci seguirà. Facile a scriversi, un po’ meno a realizzarsi. Soprattutto quando i detentori dell’antica saggezza e del sapere poco si adoperano per condividere e tramandare know-how ed esperienza, quando chi presidia questo valore (la collettività locale nello specifico) tende a liquidare sbrigativamente la cosa, additandola di anacronismo e non coltivando l’interesse e lo spazio per le nuove generazioni.

Quando le amministrazioni e la politica (pur sempre espressioni della collettività) non perseguono un vero progetto culturale ma si limitano a false soluzioni, a breve termine, per catturare facile consenso. Quando alla scuola (d’arte e mestieri) si sottrae la possibilità di sopravvivere. Evidentemente ci sono anche altre questioni e un sacco di eccezioni, ma nella sostanza è lì che si attesta la tendenza di massima. Non ho tempo (meglio sarebbe dire spazio) di fare tutti i distinguo del caso, ma cosa se ne può concludere? Credo che la provincia savonese e Albisola in particolare potrebbero costituire un hub creativo e di co-working (per usare definizioni più vicine ai giovani figli di internet) capace di mantenersi attrattivo per quel pubblico che, stimolato da un marketing sempre più orientato al recupero del ‘fare bene’, è alla ricerca di eccellenze locali. Una rinata fiducia nel lavoro delle piccole imprese permetterebbe di rendere virtuoso un tessuto locale oggi adagiato e rinunciatario, che tuttavia, per merito delle generazioni che ci hanno preceduto, ha ancora un appeal importante e riconosciuto nel mondo dell’arte. Un po’ di coraggio e passione dunque. E ripartiamo! Poi è vero che, come mi ricorda sovente un caro amico, alle idee bisogna dare le gambe, ma intanto cominciamo a condividere un po’ di pensieri.


One response on “Critico, ergo sum – Fare, saper fare, saper far fare, far sapere

  1. La scuola di ceramica di Albisola vanta una grande tradizione. I suoi ceramisti hanno collaborato e dato competenze professionali a capolavori di numerosi artisti: Fontana, Jorn, Sassu, Lam, Fabbri, Garelli Crippa, Scanavino…

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