Critico, ergo sum – Inediti d’autore

Attilio Antibo

di Riccardo Zelatore – In attesa di poter presentare in mostra una selezione di questi lavori, mi va di parlarvi di un ciclo di opere realizzate da Attilio Antibo tra il 2006 e il 2009 su un materiale poco usato dall’artista savonese sino a quel periodo: la carta.

Due le osservazioni introduttive. Una prima legata alla natura e al percorso inventivo di un artista che ha fatto del rigore e della dedizione al fare la sua poetica espressiva. Tre momenti sostanzialmente distinti, e tuttavia intrinsecamente connessi, come fenomenologia di opere (dapprima sculture in ferro, poi prevalentemente ceramiche e infine assemblaggi polimaterici e lavori su carta), caratterizzano un quarantennio di intensa attività, ricca di approfondimenti e di incerti, ma supportata da un singolare entusiasmo creativo.
L’altra osservazione è relativa alla lezione professionale ed etica, o se vogliamo d’etica professionale: intendo riferirmi all’Antibo sperimentatore e creativo libero, mai condizionato da misure e obblighi di mercato. Una naturale disposizione, lontano dai clamori e dai presenzialismi, alla puntualità qualitativa motivata nel tempo da un’estrema lucidità concettuale, dalla misura interna e da una manualità esatta, innata e coltivata, rispondente alla sua urgenza comunicativa.

Tre le parole che ho scelto per sintetizzare questo aspetto inedito del suo lavoro: compiutezza, ricchezza, primitivismo. Procedo per ordine. L’opera su carta è oggi rilevante e non soltanto perché negli ultimi anni della sua parabola creativa egli abbia utilizzato molto questo supporto e quindi i suoi fogli costituiscano anzitutto per quantità e poi anche per qualità un insieme molto esteso di opere. Tale da misurarsi con il suo lavoro di scultore, in un ruolo complementare assolutamente non trascurabile. Sotto il profilo dell’asserzione oggettuale e della intercessione concettuale, il lavoro su carta si manifesta come componente significativa del suo produrre immagini. La documentazione di questa fase del percorso creativo di Antibo pone pertanto, apertamente, l’attenzione sulla misura di opera e, implicitamente, afferma il completo valore delle sue proposizioni entro tale dimensione. I lavori su carta sono fruibili insomma come tali nella loro compiutezza oggettuale; non quindi spunti, proposte, idee per un più completo altrove realizzativo, ma eventi espressivamente compiuti nella loro, pur relativa, assolutezza e consistenza formale.

Si tratta di una scelta lucida e puntuale, la cui legittimità mi sembra non possa risolversi nelle semplici ragioni di un’occasionale opportunità operativa. Pertanto, insistere sul carattere di opera in una lettura del lavoro su carta di Antibo, significa condividere la realtà originaria e la concezione stessa della sua ricerca. Proprio in questi fogli è possibile valutare meglio la ricchezza di immaginazione visiva cui il tipo di processo operativo dell’artista dà luogo. Non siamo innanzi né ad appunti né a progetti, semplicemente nella misura del foglio Antibo agisce allo stesso modo che su altre superfici: il problema dell’immediatezza di esperienza nell’azione e dell’intensità di intervento è identica come identica è la tensione e il rifiuto all’esecuzione rimandata a tempi e luoghi più idonei.

Attilio Antibo, performance (1982).

I suoi interventi muovono appunto dal confronto operativo immediato con la materia, alla cui dialettica fin dall’inizio Antibo ha affidato un ruolo di componente espressiva primaria. Vecchi inchiostri, acqua e carta interagiscono attraverso la sua mano così come, nella scultura, la terra ha interagito con se stessa, con i metalli e gli altri materiali, dei quali l’artista ha assunto i caratteri specifici per metterli in relazione tra loro in un processo di conoscenza e interpretazione. C’è lo stesso atteggiamento sperimentale e scientifico con cui da sempre l’artista ha affrontato materiali poveri ed elementari indagandone la loro fenomenologia primaria. Parafrasando lo stesso Antibo si può facilmente individuare un parallelismo tra il lavoro su creta e quello su carta seguendo queste sue indicazioni concettuali e operative «L’operatore ai movimenti naturali può sommarne altri: sono parti di materiale che si muovono rispetto ad altre, ferme. Con un unico movimento si possono ottenere, sia l’elemento che deve muovere, sia la traiettoria che deve percorrere. Tali traiettorie, per permettere il più ampio spostamento degli elementi, dovranno essere rettilinee o tratti di arco di cerchio: avremo movimenti di traslazione e di rotazione». Continua Antibo nelle sue note di lavoro: «Le forme iniziali sulle quali effettuare azioni possono essere di qualsiasi tipo (…) Gli oggetti ottenuti, conseguenti a questa “dinamica” (movimenti naturali + movimenti di lavoro) sono simbolici e soggettivamente interpretabili». Il suo primitivismo sta infatti in questa riduzione alla responsabilità del gesto creativo più essenziale.

In questo senso nel suo fare il rapporto torna ad essere del tutto sobrio e primario, liberato da sovrastrutture culturali, sociali, quanto psicologiche: fra gestualità in quanto essenzialità dell’umano e risalita all’intuizione sorgiva del formare. Come già ebbe a scrivere nel 1978 Franco Bruzzone: «L’operazione di Antibo, partendo da analisi elementari, da una ribadita scrupolosità esecutiva, nel “fare e rifare” del metodo, si addentra nel territorio alchemico della trasmutazione, nello spessore di riferimenti simbolici stratificati nella memoria in una complessa interrelazione tra cultura e mito».
Attilio Antibo ci ha lasciati nel 2009. Oggi l’omonima Associazione culturale presieduta dalla moglie Anna, promuove e tutela l’opera di questo artista che, prendendo a prestito una definizione d’altri, «ha passato la vita a evitare di avere successo». In Savona, in via Cherubini al civico 2, una esposizione permanente dei suoi lavori consente agli interessati di farsi un’idea del suo rigoroso e intenso operare. Per chi volesse invece trovare rapidamente qualche informazione sulla sua biografia si consiglia www.attilioantibo.it.
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