Critico, ergo sum – Sergio Sarri: il pittore e il suo doppio

Sergio Sarri, Betty Bow

di Riccardo Zelatore Esiste un filo diretto tra Sergio Sarri pittore e SeSar illustratore: il tentativo di portare, nel quotidiano, il gioco della contaminazione per fissare incontri inattesi, quasi onirici e fare dell’arte il luogo di ogni realtà possibile.

Intanto: il fumetto è un linguaggio a codici multipli, tra i quali prevalgono il testo – in forma di vignetta, didascalia o cartiglio – e l’immagine – intesa come illustrazione, uso dei colori, prospettiva, montaggio – che insieme scandiscono il concetto di temporalità, ossia il ritmo e la narrazione.

E fin qui tutto facile (ma non è detto che chi scorre questo contributo e non conosce il genere abbia la voglia di fare un click su Google o Wikipedia per trovare la corretta spiegazione). In buona sostanza, al di là delle definizioni storicizzate di “letteratura disegnata” (Hugo Pratt) o “arte sequenziale” (Will Eisner), il fumetto colma la distanza che c’è tra l’iconicità di un pittore e il racconto di un narratore. Canoni etici e canoni estetici si fondono, anche quando il fumetto non è finalizzato a scopi propriamente narrativi, quanto pubblicitari o esplicativi. Di fatto un linguaggio per comunicare e produrre una reazione estetica. Quindi, comics, manga, bèdé o historieta, a seconda del paese in cui sono creati, sono a tutti gli effetti arte visuale e così, da tempo, sono stimati da collezionisti, critici, pubblico e operatori del settore.

Sergio Sarri si inserisce pertanto in una tradizione che se da un lato ha visto artisti visivi a pieno titolo utilizzare il codice del cartoon all’interno della loro opera (esempi riconosciuti universalmente sono Lichtenstein, Warhol, Keith Haring, Ronnie Cutrone, senza sottovalutare, in dimensione nazionale, i nostrani Nespolo, Lodola, Andy, etc), dall’altro vede pittori impegnati in una disciplina parallela che è proprio quella dell’illustrazione e dell’universo del fumetto. Al punto che Sarri, per tanti anni, con lo pseudonimo SeSar ha preferito mantenere fortune e percorsi separati.

In Italia, non sono pochi gli artisti che a partire dagli anni cinquanta si sono dedicati a questo linguaggio. Alcuni con inclinazioni pubblicitarie come Pino Pascali, altri come illustratori e vignettisti per i quotidiani dell’epoca come Tullio Pericoli e un inedito Ugo La Pietra. Che poi era anche un modo, rispettabilissimo, di sbarcare il lunario. Nulla di esclusivo quindi per il nostro Sergio. Singolare, invece, è la qualità con la quale SeSar ha utilizzato, senza inibizioni e complessi debitori, le situazioni cinematografiche americane, dagli anni trenta ai cinquanta, in un gioco di rimandi che ha moltiplicato le sue possibilità espressive, eleggendo il fumetto a terreno privilegiato della sua ricerca, a contraltare narrativo della pittura, nonché eccellente dispositivo per partecipare all’occorrenza i valori della controcultura e dell’impegno politico e sociale.

Le sue tavole su Corto Maltese, Comic Art, Glamour, Heavy Metal testimoniano un percorso creativo libero e al contempo, estremamente qualificato. C’è un sacco di maestria e tecnica, che a sorpresa sfumano, cedendo il posto a naturalezza, precisione e disciplina. L’unico termine, un po’ fuori moda, che mi viene in mente è bravura. SeSar guarda alla storia del cinema e dell’arte tutta in modo disinibito, con ironia, disincanto e cleptomania. L’idea della contaminazione e della serialità gli permettono di mettere a disposizione del fumetto il portato linguistico di arte, cinema, fotografia, pubblicità, teatro e arti minori, «innestando nel giardino del comics i fiori beffardi delle avanguardie» (per dirla alla A.B.O). Sarri rifiuta le divisioni disciplinari che considera un ostacolo alla crescita intellettuale e mette alla prova le sue ipotesi su terreni aperti, sensibile e sempre recettivo a nuovi stimoli. Sembra non riconoscere la definizione di “campo” o “habitus” di bourdieuriana ascendenza (Pierre Bourdieu è stato un formidabile sociologo francese), secondo cui ogni ambito di produzione genera schemi di percezione e valutazione autonomi. O, per meglio dire, ogni categoria di interessi implica l’indifferenza ad altri interessi. Non è così per Sarri e tanto meno per SeSar che, attraverso l’efficacia sincopata del comics, canzona e reinventa storie e personaggi (da Beety Boop a King Kong, da Stanlio e Ollio a Tarzan, da Rita Hayworth a Clara Bow, da Greta Garbo a Buster Keaton, da Humphrey Bogart a Errol Flynn) e si diverte con le arti, con scorribande e saccheggi iconografici, saltellando con disinvoltura dal futurismo all’espressionismo tedesco, dal surrealismo alla pop art.

Sfidando la nostra conoscenza e cultura, anche semplicemente la nostra memoria, Sarri ci conduce nella vertigine di visioni ibride e inedite, in cui i personaggi televisivi e cinematografici rappresentano da un lato le nostre proiezioni immaginarie, evanescenti e immateriali, dall’altro ci pongono interrogativi sui vizi e virtù del mondo contemporaneo.


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