Felice Tagliaferri: Il Sesto Senso del Cuore

Felice Tagliaferri, Il Cristo rivelato (2011)

di Giorgia AstiFelice Tagliaferri, quarantaquattrenne foggiano ma bolognese d’adozione è il primo scultore cieco (sinora) noto al pubblico. Il suo percorso didattico, protrattosi per alcuni mesi, dall’età di venticinque anni, accanto allo scultore Nicola Zamboni, gli ha aperto strade importanti per riuscire a giocare con la rotondità della materia, dando alle sue sculture una sintesi poetica che è il risultato più straordinario della sua personale intuizione artistica.

Tagliaferri, cieco dall’età di 14 anni,  sembra aver inconsapevolmente assimilato la lezione dei grandi maestri del Settecento e Ottocento, con una particolare attenzione a Canova e Rodin, non solo per le loro soluzioni formali, ma anche per le tematiche da loro affrontate. La predilezione per i corpi e le figure femminili trova una rispondenza sia nell’utilizzo della creta che nella scelta del marmo bianco, materia eletta dallo scultore bolognese.

Se l’attenzione spasmodica alla levigatezza di quest’ultimo permette alla luce di scivolare in modo avvolgente mettendo in risalto la delicatezza degli effetti plastici, costantemente rivolti a una perfezione formale,  al contrario, il lavoro con la creta e il legno lascia più spazio all’essenzialità delle figure, riducendo l’opera a caratteri più assoluti. La matrice stilistica dell’artista è segnata, in maniera quasi sorprendente, da un costante rimando alla classicità, mediante un severo rispetto delle proporzioni e dei canoni raffigurativi.

Le oltre cento opere realizzate sino ad oggi gli sono valse, dal 2001, numerose mostre personali, nonché la fondazione di una Scuola di Arti Plastiche da lui stesso diretta, che organizza seminari e corsi di formazione per persone vedenti e non.

Lo incontriamo in occasione della sua personale milanese, all’interno della Sala Museo della Chiesa di San Marco; Felice ci accoglie nel chiostro della Basilica accompagnato da Tobia, un labrador di dieci anni, suo inseparabile compagno.

Sappiamo che, oltre ad essere scultore, sei da poco entrato nel mondo del cinema… Com’è stata la tua prima esperienza d’attore nel film di Silvio Soldini Per altri occhi?
Interpretare il film è stato in realtà per me come per gli altri ragazzi (Per altri occhi ha come protagonisti dodici persone cieche) un vivere normalmente la vita di tutti i giorni, più che una reale prova d’attore: ognuno fa nel film quello che fa nella vita reale. La cosa bella sta avvenendo adesso poiché siamo diventati un esempio per il pubblico: anche chi come noi ha problemi di disabilità può insegnare a chi non ne ha come si possa vivere bene.

Felice Tagliaferri, Testa di cavallo in creta (2003)

Passando invece al tuo lavoro di scultore, prima della formazione con Nicola Zamboni, ti eri mai cimentato con l’arte? Ne eri un appassionato?
Svolgevo numerose attività manuali, amavo restaurare mobili antichi, lavoravo molto con il legno, ma non avevo mai pensato di poter dar forma a dei sassi; certe cose vanno sperimentate. Nei seminari che tengo, cerco proprio di infondere questo messaggio di ‘sperimentazione’, poiché sono convinto che il 90% delle persone muoiano senza sapere quale sia il loro vero talento o la loro attitudine.

Quando hai capito di avere una reale dote artistica?
All’inizio tutti mi dicevano che ero bravo e che avevo le qualità giuste per ‘sfondare’;  io pensavo invece che il loro giudizio fosse dettato dalla compassione e, per questo, nel 2001, a Modena, durante la mia prima mostra, scelsi di non rivelare la mia disabilità. Solo dopo aver  venduto due sculture,  mi convinsi di avere delle doti vere e che quella fosse la strada giusta per me. Devo invece la notorietà al libro di Candido Cannavò E li chiamano disabili, che vendette 240.000 copie e portò per la prima volta la mia arte sotto i riflettori. Ancora oggi, tuttavia, la scultura rappresenta per me una necessità, non un lavoro. Scolpisco per sentirmi bene, per rendere il marmo come lo sto pensando, lavorandolo e rifinendolo nei minimi dettagli.

Non potendo trarre ispirazione dall’esperienza visiva, qual è l’iter che ti porta alla realizzazione di un’opera e da quale immaginario estetico attingi per le tue rappresentazioni?
In genere programmo un’opera in base a un’esigenza estetico-formale che avverto dentro e che s’insinua in me: certo, posso apprezzare la grandezza di scultori come Rodin, ma la mia arte si basa su una sensibilità puramente soggettiva; le figure si materializzano nella mia testa, attingendo da un serbatoio immaginifico che fortunatamente sembra non sopirsi.  Di norma, durante l’inverno lavoro la creta e il legno, d’estate il marmo. Mi reco personalmente a Carrara per scegliere i blocchi, poiché è di fondamentale importanza, per capirne la bontà, auscultare il rumore che emettono. Da un semplice colpo di martello si può dedurre se un blocco contenga o meno venature e, dunque,  se possa garantire una qualità realizzativa  alta.

Felice Tagliaferri, Judoka (1999)

Scelti i blocchi materici, come organizzi il lavoro scultoreo?
Grazie anche agli allievi della Scuola d’Arte Plastica di Sala Bolognese (BO), iniziamo un percorso volto alla riduzione dei blocchi marmorei e a una prima definizione della forma. Lavoro sovente con ragazzi problematici e questo tipo di  attività manuale aiuta loro a sentirsi meglio e al contempo utili a uno scopo.  L’attività può durare anche alcuni mesi, poiché la lavorazione con martello richiede più tempo e molta energia. Solo nella fase terminale subentra l’ausilio del martello pneumatico, che mi consente rifiniture e levigature più precise.

Raccontaci la genesi del tuo Cristo Rivelato.
L’idea nacque nell’aprile 2008, durante una visita a Napoli, in cui non mi fecero accedere (ovvero toccare) al Cristo Velato, “perché il marmo si sarebbe rovinato”.  Da qui, la mia voglia di realizzare un Cristo personale, accessibile a tutti, specialmente alle persone con disabilità. Utilizzai un amico che si sdraiò sul marmo e ne tratteggiai una sagoma; dopodiché, iniziai a scolpire il Cristo secondo le minuziose indicazioni che mi erano state date dagli operatori del Museo Omero. Un’operazione che ci vide impegnati per due anni, ma che oggi rappresenta per me motivo di orgoglio e di vanto:  più di 100.000 persone hanno potuto vivere un’esperienza tattile con il mio Cristo e anche la Cappella Sansevero di Napoli, ove è custodito l’originale, ha aperto per la prima volta ai ciechi il 19 febbraio scorso.

Progetti per l’imminente futuro?
Vorrei continuare a trasmettere forza con la mia arte a chi di forza ne ha meno di me: ho una mostra programmata a Rimini (Novembre) e subito dopo una Napoli; girare per l’Italia mi consente di far arrivare il mio messaggio in luoghi difficili e complicati, soprattutto per chi è affetto da disabilità. E poi ho in progetto la realizzazione di una mia Venere, così da affiancarla al mio Cristo Rivelato.


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