Il Castello di Rivoli, una nave senza capitano

Claes Oldenburg, Dropped flower (2006)

di Silvia ColomboUna visita di fine estate al Castello di Rivoli, museo ospitato all’interno di una residenza sabauda mai portata a termine e situato alle porte di Torino. Un punto di riferimento per l’arte contemporanea, ma al momento senza direttore.

Ida Gianelli, una volta lasciata la direzione del Castello di Rivoli, alla fine del 2008, ha creato – come tutti si sarebbero attesi – un grande vuoto. Al punto che, dopo ben cinque anni, la carica di direttore presso uno dei musei di arte contemporanea più significativi del nostro Paese è ancora vacante.

Il recente bando, scaduto lo scorso maggio, è andato a vuoto – nessun candidato è stato giudicato all’altezza, secondo il parere della commissione tra cui figurano Achille Bonito Oliva e Patrizia Sandretto Re Rebaudengo – e a ricoprire la carica rimane, ormai ad interim dal 2009, Beatrice Merz, nominata “a sorpresa” senza essersi espressamente candidata.

ll Castello di Rivoli visto dall’alto

Che cosa non va? Alcuni sostengono che, tra le cause di una così grave lacuna vi sia il testo dello stesso bando, che richiede requisiti troppo generici e presta attenzione a un panorama più “nostrano”, poco internazionale. D’altra parte ritengo più plausibile che la mancanza di figure “forti” sia dovuta all’onere che una direzione museale necessariamente comporta, accentuata dalle difficoltà economiche del frangente attuale e, quindi, ai potenziali rischi fallimentari che una politica di programmazione limitata e ridotta all’osso trascinerebbe con sé.

Senza contare che il successore della Gianelli riceverebbe un testimone importante, da una direttrice storica, alla guida del museo sin dalla sua inaugurazione negli anni ottanta, e il suo operato sarebbe – in positivo o negativo – sicuramente messo a confronto con quello del predecessore.

Se qualcuno mi chiedesse in che stato versa oggi il museo, risponderei che è una nave maestra senza capitano, un potenziale – artistico e senz’altro museale – altissimo lasciato senza orientamenti, intenti.

La storia del museo è travagliata sin dagli inizi. Residenza sabauda progettata da Filippo Juvarra nel Settecento alle porte di Torino, non è stata mai portata a compimento durante il regno dei Savoia e, nel corso dei secoli, è andata incontro a un destino fatto di abbandono e autodistruzione, interrotto solo negli anni sessanta del Novecento, quando la Soprintendenza locale inizia a interessarsene, affidando i lavori di rilievo, di monitoraggio e (poi) di restauro all’architetto Andrea Bruno.

Giuseppe Penone, Respirare l’ombra (1999)

Finalmente, nel 1984 – data di inizio del restauro, impressa e in rilievo su alcuni punti dell’edificio, così come si usava un tempo nei cantieri – si arriva all’apertura di un museo dedicato all’arte contemporanea ospitato in un edificio storico, secondo la più classica delle tradizioni italiche.

La collezione permanente è una meraviglia ancora in fieri, egregiamente composta nonostante la difficile economia degli enti pubblici vigente già nel periodo della fondazione: oltre cento opere vengono donate dagli stessi artisti, mentre altre sono site-specific commissionati dal museo e co-finanziati dalla Fondazione CRT per l’arte contemporanea.

Oggi, purtroppo, qualcosa sembra cambiato, come leggermente incrinato. In corrispondenza della piazza antistante al castello ci accoglie un cantiere, dove sono pure appese, in equilibrio precario, fotocopie indicanti l’ingresso del museo.

Il pubblico c’è, ma non è molto numeroso. È domenica pomeriggio, eppure i turisti sembrano pressoché assenti e i locali più interessati a una visita dei dintorni verdeggianti. All’improvviso, però, qualcosa cambia, la sensazione di malinconia è spazzata via dall’incontro con Luciano Fabro che, con un’opera all’aperto, inquadra un paesaggio con doppia cornice metallica sospesa nel vuoto, ricreando e rievocando la prospettiva e le inquadrature (qui variabili) di Paolo Uccello 1450-1989 (1989).

Lo stupore prosegue percorrendo le sale interne, dove si succedono lavori di Sol LeWitt, gigantografie floreali di Claes Oldenburg  (Dropped Flower, 2006), Romulus Circle (1994) e Rivoli Mud Circle (1996) di Richard Long, rievocanti la dicotomia tra uomo e natura – il cerchio perfetto da un lato e la materia naturale dall’altro (la pietra, il fango… in fondo, quella stessa terra da cui l’uomo proviene). Ancora, interessante l’installazione verbovisuale di Lawrence Weiner (Made to produce a spark, 2006), che abbraccia tutto il vano scale con un discorso riferito alle opere in collezione, scritto però al contrario, rispetto al senso con cui procede il visitatore.

Joseph Kosuth, Seeing knowing – vedere conoscere (2004)

Inoltre, non potevano mancare saldi riferimenti alla realtà artistica e alla tradizione culturale torinese, messi in luce attraverso due nuclei importanti, rispettivamente dedicati all’Arte povera, nata proprio a Torino nel 1967, sotto l’egida di Celant, e alla videoarte (Grazia Toderi, Bill Viola, Jean-Luc Godard…), riflesso di quella cultura cinematografica che ha portato il capoluogo piemontese a essere grande centro italiano del cinema.

Richard Long, Romulus circle (1994) e Rivoli Mud Circle (1996)

Ci sarebbe ancora molto da scrivere sul Castello di Rivoli, il cui percorso espositivo volge al termine con una “meraviglia delle meraviglie”, il cavallo pendente dal soffitto eseguito da uno degli “artistar” del momento, Maurizio Cattelan, ma per questa volta mi fermo qui. Incerto il futuro dell’istituzione museale, che si dice sarà presa in gestione dalla Fondazione Torino Musei, e un peccato vederla senza meta, proprio come il manifesto di Joseph Kosuth situato all’esterno, rimosso e sbandato dal vento, ma l’auspicio è che possa ricominciare a rialzare la testa. Perché ne ha tutte le ragioni.


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