“Il cielo in una stanza” di Abelardo Morell

di Silvia Colombo Un primo piano sul lavoro di Abelardo Morell, fotografo protagonista di una mostra itinerante che sta per compiere un’ultima tappa ad Atlanta, a partire dal 22 febbraio 2014. Scopriamo che cosa hanno da dirci i suoi scatti, a colori e in bianco e nero, così poetici e contemporanei da evocare un passato senza tempo.

Abelardo Morell, Camera Obscura: Image of the Empire State Building in Bedroom (1994). Copyright: © Abelardo Morell, courtesy of Edwynn Houk Gallery, New York. Object Credit: The Art Institute of Chicago, promised gift of Daniel Greenberg and Susan Steinhauser, Obj. #210886

Un nome importante, quello di Abelardo Morell, dietro a cui si cela la figura di un fotografo che, guardando alle tecniche e alle scelte iconografiche dei suoi lavori, è in grado di coniugare perfettamente passato e contemporaneità. Protagonista di “The Universe Next Door”, mostra itinerante che l’ha portato prima all’Art Institute di Chicago e al J. Paul Getty Museum di Los Angeles (2013), dal 22 febbraio sarà nuovamente “di fronte” al pubblico presso l’High Museum of Art di Atlanta (22 febbraio – 18 maggio 2014).

Parlarne oggi significa, quindi, introdurre la sua storia, ma soprattutto spalancare gli occhi davanti al suo universo iconografico, dolcemente poetico e delicatamente silenzioso, basato su un bianco e nero che solo negli ultimi anni concede spazio al colore.

Cubano di nascita (1948), all’età di tredici anni Morell si trasferisce negli Stati Uniti insieme alla famiglia ed è lì che, oltre ad apprendere una nuova cultura, deve fronteggiare le difficoltà di una lingua diversa dalla sua, cui si avvicina grazie a un professore di inglese che gli suggerisce la lettura di Addio alle armi di Ernest Hemingway – testo che assumerà un’importanza fondamentale all’interno della sua produzione.
In quel medesimo frangente, un Morell ancora adolescente si avvicina alla fotografia, compiendo i primi scatti in bianco e nero con la sua Brownie: si tratta dell’inconsapevole esordio all’interno di una carriera che il fotografo consoliderà, nel corso degli anni sessanta e settanta, frequentando il Bowdoin College nel Maine (dove abbandonerà definitivamente l’idea di diventare ingegnere) e, poi, il Master of Fine Art di Yale.
Finalmente, negli anni ottanta è nominato professore di fotografia e, in parallelo, prosegue una ricerca fotografica fondata su “cicli tematici”. Ad esempio, dopo l’arrivo del primo figlio, egli decide di osservare la realtà dal punto di vista – ribassato – del piccolo, dando vita a un modo gigantografico, dove ogni elemento, dai pastelli a cera al frigo, diventa un’epifania sovradimensionata. La capacità di trasformare un oggetto – o, addirittura, un dettaglio – in una composizione densa di poesia è ciò che cattura lo sguardo, l’attenzione e la passione del riguardante.

Abelardo Morell, Upright Camera Obscura Image of the Piazzeta San Marco Looking
Southeast in Office (2007). Copyright: © Abelardo Morell, courtesy of Edwynn Houk Gallery, New York. Object Credit: The Art Institute of Chicago, gift of the artist in memory of David Feingold, 2013.1

Da qui in avanti, il passo verso la creazione di una sinfonia corale, è breve, come dimostra Camera Obscura: una serie di scatti che, grazie all’utilizzo dell’antica tecnica prospettica di Brunelleschi e, in seguito, della primitiva tecnica fotografica, apre l’obiettivo a una compenetrazione armonica tra esterno e interno, spazio pubblico e privato.
Dunque, attraverso una lente collocata in corrispondenza di una parete che divide ciò che è fuori da ciò che è dentro, Morell ottiene la proiezione di una città – New York, così come Venezia –, ribaltata, nitida e miniaturizzata, rendendola alla portata di (quasi) tutti.

Più recentemente, varcata la soglia del ventunesimo secolo, l’autore riporta l’attenzione sul tema del libro, come limine grazie al quale ha avuto la possibilità di apprendere una nuova lingua. La fisicità materica dei fogli, dei volumi e delle parole a stampa, viene perciò scorporata, evidenziata, sino al punto da trasformare ogni opera in un monumento alla cultura. Così è Book with Wavy Pages (2001), inquadratura ravvicinata del profilo di un libro dalla consistenza innegabilmente possente, le cui pagine – nel corso del tempo – si sono piegate, ritorte e deformate sino ad assumere la parvenza, solo apparente, di un gioco di astrazione geometrica.

Così, tracciando un percorso che si inoltra nelle pagine dei cataloghi, nelle opere d’arte dei musei del mondo, così come nei dettagli dei monumenti storici, Morell approda, infine, a Tent Camera Image on Ground. Come suggerisce il titolo, immagini ottenute dal trasferimento della camera oscura in esterni, dove si sommano la bidimensionalità proiettata dello scenario urbano o naturalistico e la tridimensionalità materica del suolo, presente con tutte le sue imperfezioni e irregolarità.
Una mostra (e un catalogo) che potrebbe farvi correre il rischio di non voler più uscire da questo mondo. Ma di rimanere, al contrario, con lo sguardo rivolto verso la poesia iconografica di Abelardo Morell.

Abelardo Morell. The Universe Next Door
a cura di Elizabeth Siegel, con Brrett Abbott e Paul Martineau
libro pubblicato dall’Art Institute of Chicago, Chicago 2013
costo: 38 euro circa

sito web. www.abelardomorell.net


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