Viaggio al centro dell’Istanbul Modern

di Silvia ColomboUna riflessione sull’Istanbul Modern, uno dei centri espositivi turchi dedicati all’arte contemporanea sorti negli ultimi anni. Un cammino a metà tra un’impressione di viaggio e un primo sguardo al circuito artistico contemporaneo della capitale turca.

Istanbul, certamente più conosciuta per la parte storico-artistica antica – il museo di Santa Sofia, la Moschea blu e la Moschea di Solimano, la Basilica Cisterna… – merita un cenno anche dal punto di vista delle arti contemporanee.
Il circuito espositivo, di natura prevalentemente privata, è a tuttora in gran fermento e i primi esperimenti museali risalgono ad appena un decennio fa. Prima, però, occorre fare una premessa.

Veduta dell’Istanbul Modern, Istanbul. Foto: Istanbul Modern

Una sala dell’Istanbul Modern. Foto: Istanbul Modern

La capitale turca è una città che non dà tregua: è una donna capricciosa che pretende continua attenzione. È affollatissima: quando si guarda qualcosa le prospettive si moltiplicano, ogni istante si nota un dettaglio diverso che cattura la nostra attenzione; è rumorosissima: echeggia costante il suono delle preghiere, amplificate dai megafoni delle moschee, del traffico, del vociare di persone che parlano una lingua a me incomprensibile. È coloratissima: di abiti fruscianti e foulard, di pashmine vendute per le strade, di insegne fluorescenti e lampeggianti; è odorosissima: di spezie di ogni tipo accumulate ordinatamente ai bazar, di smog e di pesce appena grigliato e venduto ai passanti.

Rispetto a tutto ciò, entrare per qualche ora all’Istanbul Modern significa mettere piede in un’oasi di pace: è come concedersi una pausa da una bellezza stravolgente che richiede tutta la nostra concentrazione. Nato nel 2004 all’interno di un vasto ex capannone industriale (ben ottomila metri quadri) affacciato sul Bosforo, il museo si pone l’obiettivo di conservare e rendere fruibili al pubblico delle opere d’arte che sono in grado di aggiornare il pubblico sui più recenti sviluppi dell’arte contemporanea. In parte, l’idea è rispettata – seppur con la presenza di qualche se.

Richard Wentworth, False ceiling (2005). Foto: Istanbul Modern

Gli spazi sono ampli e ariosi, sono presenti tutti gli ambienti necessari all’attività (stra)ordinaria del museo – che in Italia, molte volte, ci sogniamo –, dalla sezione didattica al cinema, da una grande biblioteca cui si accede passando sotto una suggestiva “pioggia di libri” (False ceiling di Richard Wentworth, 2005) alla saletta ristoro e i pannelli didattici sono chiari ed esaustivi.
Tuttavia, qualche dubbio viene quando si compie l’itinerario museale: qual è l’ordine espositivo? E soprattutto, quale filo conduttore unisce le prime sale, dedicate all’arte contemporanea internazionale, e quelle situate nel blocco laterale, in cui sono esposte le opere d’arte turca, dalla fine dell’Ottocento a oggi?

Ancora non è chiaro. Non neghiamoci, però, un po’ di puro piacere estetico aggirandoci tra Red Emotional Globe (2010) di Olafur Eliasson, una sfera di luce dai mille riflessi colorati e specchianti, un lavoro optical di Canan Dağdelen (AT polar covalent bonded HOME dot, 2011) – un falso-cubo tridimensionale composto da un insieme di sfere in porcellana –, un classico di Tomás Saraceno (80SW/Flying Garden/Air-Port-City, 2007) e salendo le Stairway to Hell (2003) dell’italiana Monica Bonvicini – cristalli rotti come da proiettili e una scala sospesa, retta da catene sonanti al nostro passaggio. Molto interessanti sono anche gli scatti fotografici (ritrovati poi nella vetrina di un’altra galleria d’arte) di Ahmet Ertug, che sofferma la sua attenzione sugli interni architettonici, da quelli sacri delle moschee, a quelli profani dei teatri. 

Olafur Eliasson, Red Emotional Globe (2010). Foto: Istanbul Modern

Kader Attia, Untitled (Skyline, 2007). Foto: www.lejournaldelaphotographie.com

Diverso il discorso sulle esposizioni temporanee, e in particolare su Modernité? Perspectives de Turquie et de France, mostra realizzata in collaborazione con il parigino Centre Pompidou e incentrata su un percorso internazionale comparato tra due nazioni. Perché la prospettiva cambia sempre, a seconda del punto di vista.

Kader Attia ci incanta con Untitled (Skyline) del 2007, un orizzonte di grattacieli ad altezza uomo che, a uno sguardo più attento, diventano frigoriferi rivestiti di vetrini specchianti e sfolgoranti. Zapping zone di Chris Martin (1990-1994) è un’installazione dove gli schermi televisivi si moltiplicano e, tutti insieme, ci dicono qualcosa: è un’esaltazione o una condanna? Non conosciamo la risposta. Ci è consentito, però, continuare a guardare – fino alla lobotomia mentale.
Infine Hale Tenger, facendoci passare attraverso una fitta barriera di boa di piume bianchi e neri, ci introduce in un ambiente dall’atmosfera che sa di Melancholia: uno spazio buio, illuminato da una fittizia costellazione e da due globi terrestri, dei quali uno ribaltato. Si guardano da lontano, non si specchiano ma si somigliano (Strange fruit, 2009).
It’s the end of the world as we know it(?). And I feel fine.

Hale Tenger, Strange Fruit (2009). Foto: www.lejournaldelaphotographie.com

 


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