Jan Fabre al MAXXI tra azioni e performance

Jan Fabre, The Bicart Room

di Eleonora ContiUna collezione di articoli di ogni sorta, improbabili “costumi di scena”, opere d’arte e schermi video raccontano più di 35 anni di una delle più poliedriche, sorprendenti e discusse carriere artistiche dei nostri tempi. La mostra Jan Fabre. Stigmata. Actions & Performances 1976-2013 a cura di Germano Celant, visitabile al MAXXI di Roma fino al 16 febbraio, si fa percorso attraverso l’evoluzione creativa dell’artista, regista teatrale, coreografo e scenografo belga, concentrandosi in modo particolare sulle “azioni artistiche”, gli aspetti più strettamente performativi della produzione di Fabre.

Le “stigmata” di cui parla il titolo sono le stesse che Jan Fabre conobbe da ragazzo visitando una mostra di alcuni maestri fiamminghi tra cui Jan van Eyck e Hieronymus Bosch. Dal quel repertorio infinito di dolori, ferite, supplizi della carne, sforzi fisici e psicologici egli comprese il significato più profondo della performance e body art. Dall’intuizione Fabre passò nel 1976 alla pratica, iniziando la produzione dei suoi primi disegni realizzati con il suo stesso sangue. Il corpo divenne da allora uno strumento da martoriare, ferire e attivare con atti di violenza necessari a liberare la vita e riconnettere l’io con il mondo. Per-for-mance significa una persona che per-fo-ra se stessa e il suo ambiente (è nello stesso tempo un’analisi, una distruzione, un concedersi)” ha affermato l’artista nel febbraio del 1982.

Jan Fabre, Stigmata, foto Musacchio Iannello

Nella Galleria 4, progettata da Zaha Hadid e dedicata alla mostra, il visitatore è invitato a muoversi tra un labirinto di 92 tavoli dai pianali di vetro sui quali, con precisione meticolosa, sono posizionati oggetti iconici (tazzine di caffè, cassette, puntine, coltelli, pistole, frammenti di banconote, fiammiferi e lamette), documenti, opere, bozzetti, appunti, fotografie, ciascuno contrassegnato dalla relativa targhetta illustrativa. In tutto circa 800 articoli tra residui e testimonianze dirette delle sue performance. La pulizia e il minimalismo scientifico dell’apparato espositivo, per nulla casuali, suggeriscono proprio uno dei due aspetti che più rappresentano la produzione dell’artista: la precisione della matematica, l’esigenza di chiamare le cose con il proprio nome, di etichettare, conservare e illustrare con cura tassonomica.

Lo stesso ordine richiesto da discipline come l’entomologia a cui Jan Fabre è dichiaratamente legato. Lo confermano le numerose performance e opere connesse all’universo degli insetti, metafora vivente del concetto di adattamento e metamorfosi: è la loro intelligenza cinetica così sorprendentemente vicina a quella degli uomini ad affascinarlo, la loro capacità associativa e organizzativa a porgli interrogativi sulla società umana.

Jan Fabre

Al tempo stesso l’esibizione, quasi a negare il proprio assetto, parla di caos, imprevedibilità, distruzione e follia: l’altra anima dell’artista, quella che ha spinto la ricerca di Fabre nel corso di tutti questi anni verso orizzonti sempre nuovi in grado di annullare ogni distinzione tra “messa in scena” e realtà, tra orrore e bellezza. La contraddizione si fa tautologia, mentre le diverse personalità di Fabre (l’artista, il clown, il filosofo, lo scienziato) non sono altro che volti differenti, capaci di convivere pacificamente in uno solo corpo, manovrati da una sola mente.

Questa dicotomia accompagna lo spettatore e così, all’ossessiva e istintiva produzione della Bic-Art, che aveva visto l’artista trasformarsi sulla fine degli anni Settanta in una vera e propria macchina per disegnare rinchiusa per 72 ore dentro una galleria olandese, intento a ricoprire di inchiostro blu muri e pavimentiIlad of the Bic-Art, The Bic-Art Room, si passa a un lucido e ponderato progetto come This Is Theatre Like It Was Be Expected And Foreseen del 1982, “un’ installazione vivente”, un compendio scenico di prove fisiche della durata di 8 ore in cui i performer di Fabre, vivono sulla propria pelle sfide ben oltre il confine della finzione teatrale.

Tra i video in loop visibili su decine di schermi appesi alle pareti della galleria immancabili le Money Performances in cui Fabre, nel 1979, bruciò banconote davanti agli spettatori. Da questi si passa a Doctor Fabre. Will cure you (1980) dove l’artista vestito da medico lancia al pubblico occhi, mascelle e orecchie animali spronandolo ad attivare i propri organi sensitivi per recepire il mondo e poi ancora a I’m a Skeleton Man, in cui Jan Fabre (morto che cammina) indossa un vestito di carne, ricoperto di farfalle, aggirandosi per le sale di una pinacoteca; fino ad arrivare alla sfida più dura per l’artista, quella con se stesso, in Lanchelot (2004) quanto vestito di una pesante armatura e munito di spada lotta fino allo stremo delle forze con un suo sosia.

La storia performativa e il teatro di Fabre racchiudono il coraggio di Marina Abramovic (tra l’altro compagna dell’artista belga in Virgin/Warrior nel 2008) nel superare ogni limite fisico, la fede nell’arte di Piero Manzoni e Yves Klein, unendovi un’indagine così costantemente in tensione tra la vita e morte da rievocare le ricerche di Gino de Dominicis, così densa di misticismo e scienza da farsi erede del lavoro di Joseph Beuys e, infine, così folle e provocatoria da risvegliare antichi sapori dadaisti.

Jan Fabre, Stigmata

Jan Fabre. Stigmata. Actions & Performances 1976-2013

Fino al 16 febbraio 2014
MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma

Orari. Da martedì a venerdì, domenica dalle 11 alle 19 | sabato dalle 11 alle 20
Ingresso. Intero 11 € | Ridotto 8 € – 4 €
Sito web. www.fondazionemaxxi.it


Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>