La Russia contemporanea negli scatti di Mokrov e Motolyanets

Romon Mokrov, Swim in to the summer, 2011

di Roberto RizzenteMosca e Pietroburgo rappresentano, da sempre, l’anima nobile della Russia. Sono passate di qui le rivoluzioni del gusto. Qui si sono celebrate le aperture e le resistenze all’Occidente. Ed è da qui, per una singolare coincidenza, che vengono Roman Mokrov (1986) e Semen Motolyanets (1982), i due protagonisti di Superficie Aggiunta, curatela di Evgenija Kikodze, fino al 24 maggio alla galleria Nina Due di Milano, in collaborazione con la Fondazione per l’arte contemporanea Vladimir Smirnov e Konstantin Sorokin e in occasione di Photofestival 2013.

Centrale, nei due fotografi, è la riflessione sull’oggi. Molte cose, si sa, sono cambiate, nella Russia contemporanea. Il comunismo è crollato. L’avanzata imperiosa del capitalismo ha mutato gli assetti del potere. Una nuova oligarchia si è imposta, allargando a dismisura il divario tra ricchi e poveri. A livello culturale, molte tradizioni sono evaporate, svaporate. Il progredire della civiltà di massa e della globalizzazione a tutti i costi ha, di fatto, fagocitato le identità nazionali, sopito le differenze. È un totalitarismo di ritorno, appiattito verso il basso, quello che i due autori si apprestano a evocare.

Si consuma qui, nel difficile equilibrio tra passato e presente, il futuro del Paese. Ce lo racconta, Mokrov, con le sue fotografie sgargianti e coloratissime. Immagini che non lasciano nulla al caso. Preziose, patinate, quasi da rotocalco. Come l’immagine che la Russia, volente o nolente, di sé vuole dare. E che pure tradiscono il rimosso, ciò che è dietro, ciò che non vediamo. Anche grazie ai loro personaggi. Sempre sopra le righe. Vagabondi alla deriva. Nocchieri di un mondo in transito, alla perenne ricerca di qualcosa che non c’è, nella certezza che “lì dove noi non ci siamo, ecco lì sì che si sta bene”.

Romon Mokrov, The Endless Story, 2011

Come i ragazzi del video The Endless Story, persi tra i tetti della città, salvo poi planare a terra, dall’alto di una gru. Come il giovane a bordo di un materassino gonfiabile, in viaggio verso una destinazione ignota, sulle acque di uno stagno ricoperto di alghe. (Swim in to the summer) Come l’autista di Not Moscow, prigioniero del gelo in un campo giochi. Come l’uomo che, sospeso sulla gru, contempla i boschi. E come la sposa che da un balcone si affaccia sulla città, allusione, forse, a un nuovo e più prossimo futuro. Figure archetipiche, mitiche quasi, nelle quali è condensato il destino di una nazione.

Elemento fondamentale, nella speculazione di Mokrov, è il tappeto. È questo il puntello, l’orizzonte altro di un passato affatto dimenticato. Simbolo per eccellenza della cultura nomade della steppa, esso funge da elemento catalizzatore. Se da un lato filtra il presente, dall’altro protegge l’uomo. È come una monade, che sola, può resistere al flusso della storia. Molti autori hanno trattato il tema, ne ricordiamo solo uno, Said Atabekov. Il tappeto orientale è uno schermo, un comodo riparo ove ritrovarsi e celebrare i riti di morte e nascita.

Come Morkov anche Semen Motolyanets muove, nelle opere in mostra, dall’analisi spassionata del presente. Memorie personali (Mio fratello è maturato due volte) s’inseguono con i miti nazionali, come il Lago dei Cigni di Tchaikovsky. Solo che il tutto s’incontra e viene contaminato dal concorso della contemporaneità. I simboli dell’oggi s’insinuano, piegando il dettato a nuovi e più estroversi significati, disgiungendo la tradizione, certificata dalla storia, in un presente ottuso e senza prospettive, nel quale l’uomo è costretto a navigare a vista, senza un orizzonte che sia certo e incontrovertibile.

Semen Motolyanets, Izvinite, 2011

Né mancano i commenti. Motolyanets ama affidarsi alla scrittura. È un retaggio d’impronta forse concettuale, ma chiaro, piano, comprensibile. Parole di uso corrente vengono analizzate, scomposte, sviscerate. Elette a emblema di un sistema mancato, forza propulsiva di un impianto che non tiene. Come ‘scusate’. Il grande rimosso, per certi versi, della cultura metropolitana, improntata a un darwinismo di ritorno, dove è il più forte a sopravvivere. Motolyanets ne rappresenta l’eco, restituendolo sotto forma di ombra, silhouette. Come una sorta di doppio. Lì, presente. Occludente. Invadente.

Singolare, in ogni modo, è che queste parole, come le immagini, vengano da Motoloyanets collocate sulle cerniere delle porte, acquistando tridimensionalità. Sono sculture. Oggetti vivi, mobili, che aggettano nello spazio. Il loro significato non è poi così diverso dai tappeti di Mokrov. Sono paraventi, in un certo senso. Schermi protettivi che mettono l’uomo al riparo dalle insidie della postmodernità. Un comodo rifugio, nel quale rinsaldare la memoria e trovare sé stessi. Da cui è necessario passare per crescere, prosperare. Nel mondo. Con il mondo.

 

Roman Mokrov, Semen Motolyanets – Superficie aggiunta
Fino al 24 maggio 2013
Galleria Nina Due
Via Carlo Botta 8, Milano
Orari. mercoledì-venerdì 16-20 ǀ sabato 15-19
Ingresso gratuito
Informazioni
sito web. www.ninalumer.it


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