L’arte della settima arte

Robert Wiene, Il gabinetto del dottor Caligari (1920)

di Sonia Cosco – Questa settimana vi regalo qualche pillola riflessiva sul cinema come arte e sull’arte del cinema. Argomento così vasto che mi vengono le vertigini solo a sfiorarlo. Ma provarci non ha effetti collaterali e sarebbe bello condividere con voi, nèuralettori, spunti e opinioni su un tema così complesso, profondo e sfaccettato.

Chissà Platone cosa avrebbe detto in proposito. Del cinema intendo. Lui che ci ha lasciato opere che sono capolavori di filosofia e letteratura, provava un grande disprezzo per l’arte, in cui inglobava la poesia, la scultura, la pittura. Mere riproduzioni di riproduzioni. Molteplici imitazioni sgranate dell’eterna verità che aveva un unico nome e un’unica forma: il mondo delle idee. Il cinema, come la fotografia, riproduce la realtà, mostrandoci spesso un realismo disincantato e spietato. Eppure la sa anche sublimare, esattamente come tutte le forme d’arte.

Di opinione diversa era Aristotele per il quale guardare le immagini era non solo fonte di piacere per gli uomini, ma anche di conoscenza. Attraverso le immagini, attraverso l’arte, i bambini e anche gli adulti imparano e ragionano «meglio e più facilmente di quanto possa accadere con l’esercizio filosofico tradizionale… la poiesis (e quindi anche il cinema) ci mette in contatto con l’universale».

Per noi oggi è la settima arte, dopo la danza e prima della radio-televisione. Doveva arrivare un critico cinematografico avanguardista dal nome stravagante come Ricciotto Canudo a consacrare il cinema come arte.  Nel 1921 nel manifesto La nascita della settima arte sostenne che il cinema avrebbe unito in sintesi le arti dello spazio e del tempo. Da lì in poi, per il cinema, è tutta discesa e con buona pace di Platone, nelle facoltà umanistiche cinema è una delle materie onnipresenti, così come la filosofia del cinema, che riflette sul film come forma d’arte e quindi è profondamente legata alla dottrina dell’Estetica.

Fritz Lang, Metropolis (1927)

Siamo agli inizi del Novecento e Hugo Münsterberg (1863-1916) scandaglia il cinema muto e inizia a dare forma a una speculazione che porti il genere a distinguersi, per esempio, dalla rappresentazione teatrale o dalla fotografia. I primi piani o i flash-back, potevano essere dei punti di partenza per tracciare una linea di separazione ben marcata dallo spettacolo teatrale. Il silenzio del cinema muto sembrava conferire all’opera un’aura che il sonoro successivamente fa scomparire. Molti intellettuali intravedono, nella sua capacità di catturare la realtà, analogie con la fotografia e Bazin parlerà di “poetica della trasparenza”. Il sonoro, se toglie l’atmosfera fascinosa e criptica, sembra segnare però il passaggio verso la rivoluzione democratica di un medium che ora sa rivolgersi anche a un pubblico di fascia bassa.

Ingmar Bergman, Il settimo sigillo (1957)

Continuano le riflessioni sull’immagine cinematografica, sul rapporto tra realtà e finzione, sui meccanismi che nascono nell’interazione tra spettatori e opera. Il cinema sollecita insomma fantasia e razionalità, è un’azione “filosofica”, suscita meraviglia e nella sua forma spesso dialogica, sembra essere una traduzione visiva della maniera socratica di tirar fuori le idee che ci sono negli attori e negli spettatori. Non è solo esercizio tecnico e come afferma Gilles Deleuze «Per molta gente la filosofia non è qualcosa che “fa se stessa”, ma qualcosa che preesiste bell’e fatta in un cielo prefabbricato. Eppure la teoria filosofica è una pratica, tanto quanto il suo oggetto. Non è più astratta del suo oggetto. È una pratica dei concetti e va giudicata in funzione delle altre pratiche con cui interferisce. (…). La teoria del cinema non si fonda sul cinema, ma sui concetti del cinema, che sono pratiche effettive ed esistenti quanto lo stesso cinema. (…). Sicché c’è sempre un’ora, mezzogiorno-mezzanotte, in cui non bisogna più chiedersi “che cos’è il cinema?”, ma “che cos’è la filosofia?”».

Non dimentichiamo la capacità del cinema di far arrivare a chiunque concetti filosofici molto complessi. Già nei primi anni del Novecento, il filosofo Henri Bergson trovava confermata nel cinema la concezione del tempo come “durata reale”, il tempo cioè come è sentito dalla coscienza individuale: non quindi quello quantitativo, ma quello “qualitativo” del film legato agli stati d’animo.

Il cinema però non è una, ma tante immagini, tenute insieme dal montaggio, che è lo strumento dal quale dipendono la percezione dello spettatore, il ritmo della narrazione e il risultato espressivo. Insomma è il talento dell’artista-artigiano, del regista in questo caso, a trasformare monotone sequenze in quadri animati ricchi di pathos e così, usando le parole del nostro Ricciotto Canudo, che non a caso fu amico di  artisti quali Robert Delaunay, Georges Braque, Pablo Picasso, «l’arte non è la rappresentazione dei fatti reali, è l’evocazione dei sentimenti che avvolgono i fatti».

Un’avvertenza però, prima di continuare questa lettura. Non tutto il cinema è arte, noi stiamo parlando di quell’opera che prende vita dall’ispirazione, dal talento, dalla tecnica e dalla poetica. Un cinema di interdipendenze, corrispondenze tra mondo esteriore e mondo interiore, che nasce da uno sguardo dietro l’obiettivo che coglie, sintetizza, rielabora attraverso il filtro della telecamera. Qualcuno ha scritto che il cinema è attraverso il montaggio che si è trasformato da semplice mezzo per registrare l’attualità in un mezzo estetico di grande sensibilità. Dunque è il montaggio il tocco magico che sa trasformare una semplice riproduzione di ciò che viene ripreso in un’opera d’arte? Sicuramente il montaggio è ciò che permette alla narrazione di diventare profonda e se il montaggio invisibile di un certo cinema classico come quello di John Ford e Frank Capra è al servizio della semplicità e omogeneità della storia, con il cinema europeo e d’avanguardia un montaggio non convenzionale diventa il tratto distintivo della personalità del regista-artista e l’aspetto estetico diventa dominante rispetto a quello narrativo.

Charlie Chaplin, Tempi moderni (1936)

Il cinema, quindi, non è sempre arte, così come la pittura, la scultura, la poesia non sono sempre forme artistiche. Penso a certi film-prodotti, in cui la componente industriale e commerciale ha determinato storia, regia, stile. Oggi la maggior parte dei film ha qualcosa di fortemente stereotipato (non a caso sia parla di blockbuster), ma a noi piace pensare che in anfratti in penombra, continui a pulsare il cinema di cui parlava Akira Kurosawa, il cinema che «racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica».


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