Le mostre secondo Warhol

Ritratto fotografico di Andy Warhol

di Silvia ColomboSoprattutto negli ultimi mesi, quante mostre dedicate a Andy Warhol hanno aperto in Italia?
Rimbalzano da una parte all’altra dello stivale… ma qual è lo scopo di questa sovraesposizione visiva? Proviamo a lanciare qualche spunto di riflessione (ancora) sul tema delle esposizioni 
temporanee.

A giudicare dal calendario delle esposizioni temporanee in corso nelle principali città italiane, niente sembra essere cambiato dai tempi in cui la definizione di “mostra blockbuster” è entrata a far parte del linguaggio comune. Ancor peggio, tale conversione è avvenuta anche in seno ad alcune istituzioni italiane che, fino a qualche tempo fa, procedevano in un’altra direzione – solo per fare qualche esempio, Renoir alla GAM di Torino e Antonello da Messina al Mart di Rovereto. Dando uno sguardo al territorio lombardo, il panorama sembra essere all’incirca il medesimo: di nuovo Monet a PaviaRodin (all’incirca la stessa mostra andata in scena a Palazzo Leone da Perego di Legnano (Mi) appena due anni fa) e, soprattutto, Andy Warhol a Palazzo Reale di Milano.

Ironico, forse, leggere l’onnipresenza di Warhol come l’incarnazione della replicabilità e della smerciabilità di cui l’artista stesso si era fatto portavoce nell’America pop degli anni sessanta. Proprio lui, che ha preconizzato i quindici minuti di celebrità per tutti e si è nominato a capo di una filiera di opere – in ultima battuta – eseguite dai suoi assistenti all’interno della Silver Factory, ora si trova al centro di una sovraesposizione mediatica e visiva.

Esempi della replicabilità (e versatilità) legata al lavoro di Warhol

Su orologi, magliette, collezioni fashion, action figure, poster, riproduzioni dozzinali, matite… ritroviamo le icone delle sue serigrafie, dalle latte Campbell a Marilyn, passando per Mao ed Elvis.
Così come l’artista aveva estrapolato le immagini dal loro contesto di appartenenza per farne delle opere, oggi quegli stessi volti – ormai “mitizzati” – sono decontestualizzati dalle opere e rilanciati, in maniera nuova, inedita, nella realtà. Ma fino a qui, niente di nuovo; anzi, se ci pensate è molto popular l’idea che a chiunque sia concessa la possibilità di comprare in maniera accessibile un suo “oggetto-feticcio” (ndr io stessa sono la prima ad apprezzarne le conseguenze).

Locandina della personale “The Andy Warhol Show”, ospitata alla Triennale di Milano nel 2004

Quello che invece può essere fermato o, meglio, cambiato, è il meccanismo espositivo di cui l’artista è oggetto da almeno un decennio a questa parte. Almeno dal 2004, anno in cui la Triennale ha dedicato a Warhol un’immensa personale – The Andy Warhol Show –, la sequenza di mostre si è infittita. Tra le tappe si ricordano il Salone degli Incanti di Trieste e il romano Chiostro del Bramante nel 2006-2007, la Fondazione Mazzotta nel 2008 e la GNAM di Roma nel 2012.

Serie che, arrivando al 2013, diventa quasi impressionante, se si conta che al Museo del Novecento di Milano ha chiuso da poco una mostra a lui dedicata, subito seguita da quella a Palazzo Reale, tutt’ora in corso, parallela a un’altra, allestita presso Palazzo Blu di Pisa.
In un tale turbine espositivo, quale potrà essere il valore aggiunto dato al visitatore e per quale motivo vengono organizzate così tante mostre sul lavoro di Warhol?

Di sicuro il suo stile incontra un gusto “universale”, le immagini che usa sono più comprensibili di altre (assicurando numerosi ingressi), soprattutto se messe di fronte a un pubblico di non specialisti. Ma probabilmente anche la grande quantità di opere esistenti e la facilità di prestiti e spostamenti tra una sede espositiva e l’altra giocano a favore di una così evidente “smerciabilità”.

Forse converrebbe ricordare che il pubblico, per recepire e comprendere qualcosa di nuovo, dovrebbe essere educato – certo, a poco a poco, attraverso cambiamenti graduali, ma non dovrebbe accadere il contrario. Il sistema espositivo dovrebbe spingersi ogni volta più in là, e non abituarsi alle esigenze del pubblico, continuando a languire in una piattezza sempre uguale a se stessa.


2 responses on “Le mostre secondo Warhol

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