Le New Entries di Artissima: Sabrina Amrani

Larissa Sansour, Palestinauts (2009)

di Roberto RizzenteLa considerano un po’ la regina delle fiere. In Italia, almeno. Per il fatturato, gli eventi collaterali, il coinvolgimento della città, il numero delle gallerie coinvolte (190 nel 2013, di cui 130 straniere). Ma, soprattutto, per l’attenzione che Artissima riserva alla ricerca, i giovani e giovanissimi. Come dimostra New Entries, la sezione riservata alle gallerie con meno di cinque anni di attività e per la prima volta presenti a Torino, su invito del Comitato di selezione.

Con la sua pattuglia di artisti asiatici e mediorientali, la madrilena Sabrina Amrani è, delle 27 gallerie selezionate per New Entries, una delle più vitali. Divise da tutto, storie, tradizioni, obiettivi maturati dagli autori, oltre che dai contenuti, le opere sono accomunate, nel mare magno delle proposte viste in fiera, dall’originalità del linguaggio, la sottigliezza di pensiero e, soprattutto la commistione col presente. Mai avulsa dalle cose, quest’arte si fa, a suo modo, portatrice di una rivoluzione, scardinando le convenzioni date, le sedimentazioni della Storia, col coraggio della denuncia.

Così Nicéne Kossentini (Tunisi, 1976) I suoi lavori hanno a che fare con la condizione della donna nei Paesi del Medioriente. Spesso esclusa dai sistemi politici di rappresentanza, prigioniera dei mille diktat che la società islamica impone, nel corpo come nell’anima, essa vive, letteralmente, un’esistenza ai margini. Nelle fotografie del ciclo They abused her by saying… (2010) e, soprattutto, nella video-installazione Schize (2010), la donna è come un fantasma, sempre a un passo dalla corruzione, dove il volto si sfa, ritornando al nulla, il bianco che tutto invade, e il corpo si sbrindella, non lasciando che deboli tracce, le gambe, le mani, i capelli, a testimoniare l’idea di una presenza.

La condizione del popolo palestinese è, invece, al centro del video A Space Exodus (2009) di Larissa Sansour (Gerusalemme, 1973). Per rappresentarne lo sradicamento la Sansour non utilizza  il linguaggio dell’invettiva, bensì dell’ironia. Quasi come in un revival del blasonato umorismo yiddish, prestato però ad una causa affatto diversa, dove a fare la differenza è la capacità di raccontare storie anche paradossali. In questo caso, la maratona nello spazio dell’artista, leader dei Palestinauts, dove la Luna si fa simbolo di una nuova terra promessa e il “piccolo passo per i Palestinesi,  grande balzo per l’Umanità” metafora di un nuovo e più promettente esodo, consumato nel silenzio e l’indifferenza di Israele.

Ayesha Jatoi, A princess receives a petition (2013)

Meno legato ai luoghi, le complicanze storicopolitiche di una specifica area territoriale, l’artista indiano Vivek Premachandran, alias Ubik (1985) riflette sul sapere sedimentato dalla postmodernità. Scolpiti su grandi lastre di legno, bianche, come un’epigrafe su pietra tombale, gli slogan di Ubik sono una sintesi del nostro tempo, con le sue false ideologie, gli snodi del pensiero come del costume, dalla critica dell’arte alla vita di tutti i giorni (And they lived happily after taxes, 2012; Art Fairs are expensive and commercial, 2012). Solo che le frasi vengono estrapolate dai giornali, piuttosto che da Twitter o il profilo Facebook dell’autore, ben lontane dalle massime sapienziali di un tempo.

Ma l’artista certo più significativa è la pakistana Ayesha Jatoi (Islamabad, 1979). Il suo lavoro è, in apparenza, lontano da ogni riferimento all’attualità, preferendo compiacersi di un’astrazione anche radicale, tutta mentale. Notevole è, tuttavia, la capacità di rielaborare la tradizione locale in chiave contemporanea. Nei lavori in grafite, presentati in fiera, il riferimento è la miniatura. Un’eredità nascosta, nell’epoca del digitale, forse persino anacronistica. La Jatoi se ne serve, al contrario, come di un modello per descrivere in chiave simbolica la realtà. Senza mostrarla ma, piuttosto, evocandola. La divisione che i miniaturisti imprimevano allo spazio fa da sottotesto ad una narrazione alternativa. Dove, al posto delle figure, stanno che le parole che le nominano.

Inevitabile pensare, in tutto questo, al film di Lars von Trier, Dogville. Contro la presente bulimia di immagini, Ayesha Jatoi riparte da zero. È un rifondamento di senso, quello che ci propone. Come la parola nuova del ‘palombaro’ Ungaretti. Ma è anche un modo per chiamare in causa lo spettatore. Perché non esiste, qui, un significato univoco. C’è, sì, un’indicazione di senso. Ma è solo una traccia. Ognuno può interpretarla secondo la sua personale sensibilità, per il tramite dell’immaginazione. È unacostruzione di comunità, se vogliamo, parafrasando la mostra di Marinella Senatore al Castello di Rivoli. Dove il dialogo tra attore e spettatore è tutto mentale, nella testa dei protagonisti. Muto, minimale. Il solo possibile, in quest’era di spersonalizzazione collettiva.


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