Lorenzo Paini e la collezione ‘museale’ di Enea Righi

Roman Ondák, Silence please (2004). Courtesy Collezione Enea Righi

di Roberto Rizzente –  Sono più di cinquecento opere, accumulate in poco più di vent’anni. Quella di Enea Righi e Lorenzo Paini è la storia di una passione totalizzante, aliena dai rovesci delle mode e le dittature del mercato, che in un tempo relativamente breve ha messo insieme alcune tra le opere più significative, rigorose, eppure meno conosciute del contemporaneo, dalle ricerche storiche di Dan Graham, Gordon Matta-Clark e Yona Friedman alle provocazioni di Ana Mendieta, Martha Rosler, Kendell Geers, Jana Sterbak, Zoe Leonard, fino agli artisti dell’Est Europa, come Roman Ondák, David Maljkovič, Jirì Kovanda. Ce ne parla il collezionista Lorenzo Paini, curatore della collezione Enea Righi, Bologna.

Lorenzo Paini, lei definisce la collezione Enea Righi ‘museale’. Che cosa intende con questo termine?
Io colleziono in un modo sicuramente libero da quello che viene dettato dal mondo dell’arte. Ho una visione ‘museale’ non perché voglia avere un museo in casa ma perché cerco di sviluppare un percorso sugli artisti che mi interessano e che continuano a piacermi negli anni attraverso una presenza di opere consistente, la realizzazione di cataloghi e lavori per mostre esterne, come, di recente, un film per Documenta. Cerco, poi, di dare un senso logico nei riferimenti fra un artista e l’altro e tra questi e la storia. Seguo anche il restauro della collezione, che vuol dire monitoraggio continuo delle opere, cosa che normalmente i collezionisti non fanno.

Come fa le sue scelte, dove compra le opere?
Di solito non compro mai alla prima mostra, preferisco aspettare e vedere che cosa fa l’artista, quindi aspetto la seconda, la terza. Non compro, in genere, alle fiere, e non ho una lista di artisti da comprare. Tendo sempre a dare un ruolo molto importante al gallerista, quindi ad instaurare un rapporto che diventa anche di amicizia e a seguirlo nel suo lavoro. Preferisco legarmi agli artisti presenti in queste gallerie.

Lorenzo Paini. Courtesy Timothy Greenfield Sanders

Molti suoi colleghi mirano, invece, al grande nome. Opere, magari piccole, di Hirst, Cattelan, pattugliando le aste di mezzo mondo…
Tutte le scelte sono legittime, per carità. Ci sono collezioni, anche famose, che mi annoiano pazzamente perché sono impersonali, nascono da scelte fatte da curatori esterni oppure seguendo quello che detta la moda, la Top Ten di Flash Art. Io rispetto queste scelte perché l’arte è un mercato, i grandi collezionisti investono talmente tanti soldi che, per rientrare dalle spese, puntano sul nome che va all’asta, con la garanzia di un valore quadruplicato nel tempo. Ma tutto questo, poi, viene fuori dalla collezione. Quando vai in una casa privata lo capisci se è una collezione sentita, che rappresenta qualcosa, o semplicemente un mettere in mostra uno status che non ti rispecchia, ma di cui hai bisogno per sentirti parte di questo mondo. Mentre ci sono, invece, dei collezionisti che non hanno disponibilità economiche e che vanno nelle gallerie per trattare la dilazione dei pagamenti, ma con delle piccole collezioni raffinatissime.

Non avete, tuttavia, una sede espositiva, né una Fondazione privata. La vostra collezione è, per così dire, tutta nella testa. Come mostrate i lavori?
Dialogando con i musei. Diamo le opere in comodato, oppure facciamo mostre della collezione con i musei con cui abbiamo dei rapporti. È molto facile esporre la nostra collezione in un museo, perché ha dei fili che la uniscono.

Eppure, non è che i musei se la passino troppo bene, in Italia almeno. Penso al MADRE di qualche tempo fa. O anche al MAMBO, qui a Bologna.
I problemi sono infiniti. I direttori dei musei sono, spesso, imprenditori. Non hanno relazioni con il tessuto della città e della campagna e non capiscono che, intrattenendo dei rapporti con i collezionisti, avrebbero le opere sotto casa, risparmiando dei soldi. Neppure hanno le sedi o i fondi necessari per conservare le opere, come all’estero, costringendoti a tenere tutto in casa. E non parlo, poi, dei problemi fiscali, tutti Italiani, che ti impediscono di ‘scaricare’, contribuendo all’allestimento delle mostre. Ma i musei sono delle istituzioni e conservano, come tali, una funzione pubblica. Possono coinvolgere, potenzialmente, un pubblico ampio, a cominciare dalle scuole. Tutto il contrario delle Fondazioni Private, dove vedi sempre i soliti quattro gatti.

Come si diventa collezionisti?
Io ho sempre avuto la passione per l’arte, sin da ragazzino. All’inizio è un piacere personale, poi cominci a guadagnare due lire e ti viene spontaneo avere dei rapporti coi galleristi. E pian piano cresci, cambi gusto, fai errori anche, nel tempo. Quando cominci a collezionare, all’inizio compri pitture, poi – non so se è un passaggio normale – arrivi a collezionare installazioni, video, cose che non puoi certo mettere in casa, ma che rimangono. Anche se è così triste, delle volte, comprare un’opera e trovare, quando ti arriva, un cd!

Jirì Kovanda, Kiss. May 11, 1976 (1976). Courtesy Collezione Enea Righi

La diffusione delle Art Fair sembra aver allargato, oggi, la base del collezionismo. Chiunque può dire, se solo lo volesse, di avere un’opera d’arte in casa. Che ne pensa di questa tendenza?
Va bene tutto, a me va bene anche il tele-market, è un modo per approcciarti all’arte, poi, se sei intelligente, ti stacchi e fai un percorso tuo. Tutto va bene, bisogna farla conoscere, l’arte! In Italia, invece, questo diventa un problema perché i genitori non portano nemmeno i bambini ai musei, cosa che fanno regolarmente all’estero. C’è molta ignoranza in giro, il pregiudizio del “lo so fare anch’io”, “lo posso fare  con tutto” è ancora duro a morire.

C’è da aggiungere, tuttavia, che il pubblico è spesso abbandonato a sé stesso. Non si può dire, ad esempio, che i giornali o le riviste lo aiutino a formularsi un giudizio critico. Per non parlare della scuola…
Le giovani riviste, mi passi il termine, sono un po’ delle “paraculo”. Dovrebbero fare una critica, negativa o positiva non importa, e invece pubblicano tutto quello che vedono, in modo da accontentare tutti i gusti, senza prendere posizione. Questo è molto sbagliato. Capisco che oggi, essendo veramente l’arte un mercato, mettersi in una posizione di critica significa mettersi in una posizione che può essere antipatica nei confronti del gallerista o dell’artista o del collezionista. Ma è critica, vuoi fare il critico, devi fare il critico! Io, che sono un collezionista, faccio la critica alla mia collezione. Non dico che la mia sia la più bella, semplicemente io colleziono così e, di conseguenza, quando vedo le altre collezioni, critico un altro modo di collezionare. Per essere costruttivo, altrimenti non succederà mai niente! Il limite di queste riviste, invece, è che sono tutte uguali. C’è solo la caccia al giovane artista che non è stato pubblicato dal concorrente, e allora te ne propongono 1500, di artisti! È un’orgia di nomi, d’immagini, che stordisce anche il più valoroso dei collezionisti! Art forum, che è forse la rivista più vecchia, con Flash Art, avrà, magari, l’80% di pubblicità, ma quel 40% che rimane è superselezionato!

David Maljkovič, Shadow Should Not Exceed (2008). Courtesy Collezione Enea Righi

Eppure, questa tendenza ‘enciclopedica’ pare fare capolino anche tra i curatori, nelle tante mostre allestite in giro per l’Italia. Penso all’ultima Biennale di Venezia.
Il problema è la ricerca della novità a tutti i costi. Tutti, oggi, possono andare in un museo ed essere esposti, e questo, secondo me, non è serio. Ci sono artisti, oggi, che hanno mostre museali, con tanto di cataloghi, appena usciti dall’Accademia! Li metti, magari, col potente gallerista, il potente collezionista e subito te li trovi esposti, messi all’asta, coi valori delle opere che si triplicano in un anno e mezzo. Mi consola pensare che il tempo è galantuomo: sarà lui a decidere cosa resta.

Mi chiedo se sia legittimo, a questo punto, definire un criterio certo, oggettivo, che possa delimitare i confini, individuando la qualità là dove questa si trova.
L’arte ormai è cosa morta, l’arte è come la moda, sono le riviste che decidono il gusto, le fiere. Sono stato, di recente, alla Fiera di Basilea – badi, parliamo della Fiera più importante – e ne sono uscito nauseato, perché non c’erano che oggetti di arredamento e la gente comprava arte per arredare casa sulla base del colore del divano! L’arte, oggi, fa parte dello status symbol di una persona: sono tutti collezionisti, oggi.

Eppure, dobbiamo ripartire per forza dai privati, se vogliamo cambiare qualcosa.
Il privato gioca un ruolo importante, oggi, perché non ci sono fondi pubblici. Ma i privati devono essere illuminati, devono essere disposti a tirare fuori i soldi per uno scopo alto. Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare qualcosa. Nel 2010 abbiamo fatto una mostra al Museion di Bolzano. A distanza di due mesi, ricevo la lettera di un signore che mi diceva, testuali parole «io sono un semplice pensionato, non so quanti anni di vita mi rimarranno, però cerco di fare e di vedere le cose che mi possono interessare. Sono venuto al Museion e ho capito che cos’è l’arte contemporanea, giravo per queste stanze e provavo delle emozioni». Ecco, la cosa importante, per me, è aiutare la gente che passa per strada a capire che l’arte contemporanea è arte e non dei giochini, delle cose buffe o ridicole. E se non lo facciamo noi, i musei o le collezioni private, chi altri lo può fare?


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