Macchine che cristallizzano il tempo: Yelena Vorobyeva & Viktor Vorobyev

Yelena Vorobyeva & Viktor Vorobyev, Photo for Memory. If a Mountain doesn’t go to Mahomet, (2002). Courtesy Laura Bulian Gallery

di Elvira VanniniPrendiamo i lavori di Yelena Vorobyeva & Viktor Vorobyev in mostra alla Galleria Laura Bulian, a distanza di quattro anni dalla loro prima personale italiana. C’è una dimensione micropolitica delle vicende che hanno segnato il destino dell’ex Impero Sovietico che produce una nuova soggettività che non è quella dello spettatore, rispetto al confuso e sregolato decennio post-comunista. Nessun’altra posizione è in grado di offrire un sistema per la decostruzione di questo destino comune.

Secondo Boris Groys, in Post scriptum comunista, il pericolo della deriva attuale è quello di dimenticare quanto questa ideologia sia stata prima di tutto una “svolta linguistica” nella prassi sociale, con il “sogno di produrre rapporti sulla base ugualitaria del linguaggio” riferendosi soprattutto a un’alleanza ormai tramontata, quella tra potere politico e cultura, nelle forme dell’agire estetico contemporaneo. La mostra raccoglie sotto il titolo comune di Provincial Sets, alcuni tra i lavori più significativi dei due rappresentanti della scena artistica dell’Asia Centrale. Ne parliamo con il curatore, Marco Scotini.

La personale dedicata alla coppia di artisti kazaki si inserisce in un campo d’osservazione, cartografico e temporale, piuttosto ampio, che coinvolge tutto l’ex Impero Sovietico. Tracciano geografie secondarie e marginali, collegate alla scena concettuale moscovita degli anni Settanta e alle azioni pioneristiche e sperimentali del decennio successivo oppure costruiscono percorsi di ricerca e sovversione rispetto agli apparati ideologici e alle persistenze della storia? Si tratta dunque di una situazione periferica a questo sistema oppure è qualcosa di autonomo?
La scena contemporanea dell’arte del Centro Asia è stata l’ultima, in ordine di tempo, ad emergere rispetto a tutta la riscoperta della produzione dell’ex Impero Sovietico. Comunque negli ultimi cinque anni questa scena artistica si è imposta all’attenzione internazionale come uno dei fenomeni di maggiore interesse. Certo qui abbiamo a che fare con qualcosa di periferico rispetto al potere culturale centrale della ex-URSS ma questo aspetto è stato proprio il punto di forza di quella generazione a cavallo del passaggio dal vecchio regime a quello attuale. Per questi paesi (Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, etc.) la ‘periferia’ è una sorta di paradigma perché si trovano non solo ai confini dell’Europa ma anche dell’Asia, al margine tra nomadismo e stanzialità, tra la steppa e lo spazio abitato, tra il finito e l’illimitato. Ebbene si tratta di una periferia gigantesca, non solo dal punto di vista dell’estensione ma anche come allegoria. Eppure se questo è vero sul piano culturale, sul piano politico c’è una forte tendenza al neonazionalismo (con il preteso ritorno all’autenticità patriarcale delle origini) che sembra negare questa realtà centrifuga e meticcia, che sfugge ad ogni definizione. Proprio questa componente reazionaria è al centro dell’approccio artistico e critico dei Vorobyev che non smettono, con il loro lavoro, di rendere visibile non solo le contraddizioni del passato ma soprattutto quelle del presente. L’arte dei Vorobyev, più che quella di altri esponenti della stessa area, sembra aver fatto proprio uno dei modelli dell’estetica post-sovietica attraverso forme comparative (scarti, salti) tra il prima e il dopo, tra il regime precedente e quello successivo. La declinazione che ne danno i Vorobyev si focalizza sulla produzione semiotica, sui dettagli minimi, su soggetti trascurabili. Attraverso il loro lavoro riconducono tutte le tracce disperse ad una macrostoria: la macrostoria di questo gap.

Yelena Vorobyeva & Viktor Vorobyev, The Fence (2004-2012). Courtesy Laura Bulian Gallery

Infatti i Vorobyev costruiscono, attraverso diversi dispositivi linguistici e spesso di natura installativa, un archivio distopico che non segue la grande narrazione (su cui si è operata una rimozione storica), ma un registro anti-epico, una storia minore, non tassonomica ma quotidiana, annodata ai concatenamenti d’enunciazione collettiva della memoria (non più grandiosa) attraverso i fantasmi del passato di una classe oppressa che lotta (la questione benjaminiana di chi è il soggetto della conoscenza storica?). Qual è il rapporto tra l’archivio, come pratica artistica, e le modalità di temporalizzazione degli algoritmi di questa storia nella sua sfera d’influenza politica?
La strategia artistica che i Vorobyev hanno scelto è quella dell’archiviazione fotografica e oggettuale. Lavorano in maniera seriale, per tipologie, che però non vogliono mai essere sistematiche o totalitarie ma cercano di rimanere discontinue e frammentarie. Basta pensare a due lavori esposti negli spazi di Laura Bulian, nel ciclo Photo for Memory è rappresentata gente delle steppa contro lo sfondo di poster che riproducono le capitali occidentali ma in cui rimane visibile anche la loro realtà locale, quella delle zone desertiche del sud del Kazakistan. Così nel lavoro The Fence (2004-2012), c’è una campionatura dove le immagini della propaganda sovietica sono riutilizzate come improvvisate recinzioni domestiche, per le paure insorte contro la proprietà privata a partire dalla perestrojka. Queste lastre metalliche, che un tempo erano rosse, sono ora ricoperte dal verde islamico. Ma tra tutti i loro lavori, c’è stata un’opera (credo anzi che sia ancora in corso) in cui si raccolgono e si collezionano tutti quegli elementi che denotano l’uso politico-sociale che viene fatto del colore turchese dal nuovo regime neototalitario kazako. Quest’opera molto nota si intitola Blue Period ed è una tassonomia inconclusa del nuovo simbolismo cromatico che pervade ogni luogo e ogni momento della vita quotidiana. Il colore scelto è il turchese delle cupole dell’architettura del tempo di Tamerlano e la sua stessa effige, di fatto, è tornata ad insediarsi nei piedistalli che prima erano occupati da Lenin. Ma nello stesso tempo questo colore ha un’apparenza innocua, metafisica, spirituale.

Hai assunto una precisa genealogia espositiva come riferimento per il display, pensato appositamente per gli spazi della Galleria Laura Bulian, che riprende due importanti paradigmi compositivi – da 0.10 Last Futurist Exhibition (SanPietroburgo, 1915), alle mostre berlinesi, Der Strum, di Ivan Puni (1921) (passando la strutturazione dello spazio attivata dai Corner Relief di Tatlin). C’è un rimando al laboratorio costruttivista o è una tua scelta curatoriale?
Direi proprio di sì, la matrice dell’avanguardia sovietica rimane ancora un’eredità forte (più o meno inconfessata) per tutta la scena artistica centro-asiatica. Naturalmente ibridata da fantasmi e stratificazioni che provengono dal passato più antico e più recente. Niente smette di ritornare.

Yelena Vorobyeva & Viktor Vorobyev, Photo for Memory. If a Mountain doesn’t go to Mahomet (2002). Courtesy Laura Bulian Gallery

Diverse esposizioni e rassegne – dedicate all’arte dell’Est Europa dopo la caduta del muro di Berlino e il dissolvimento dell’Unione Sovietica – hanno recentemente occupato il palcoscenico dello star system internazionale: da Progressive Nostalgia (Luigi Pecci, Prato, 2007) a The Premises of the Past (Centre Pompidou, Parigi, 2010), fino a Ostalgia (New Museum, New York, 2011), sottolineando soprattutto una diffusa nostalgia in questo processo di implosione del sistema sovietico. La grande mostra The Empty pedestal che tu stesso curerai per la prossima Artefiera di Bologna segue una diversa oscillazione: si tratta di una revisione di questo codice di scrittura della storia artistica dell’Est ormai dominante?
Sicuramente tutte queste mostre che tu hai citato trovavano una provenienza comune in un testo famoso e recente di Svetlana Boym, The Future of Nostalgia. L’idea di aver perso un passato utopico avrebbe rianimato il desiderio di queste regioni nella realtà post-sovietica contemporanea. Credo non si tratti però di proiettare nel presente e nel futuro una nuova immagine idealizzata dai contorni idilliaci, in senso apotropaico, quanto avere la coscienza che forse non è possibile liberarsi dei fantasmi del passato, che questi continuano a vivere come virtualità, che aspettano di attualizzarsi e che forse il socialismo, annunciato fin dall’inizio come uno spettro, continua ad essere tale e continua a ritornare come qualcosa che vorrebbe esserci ma ancora non c’è stato. Per questo quel piedistallo non è tanto abbandonato quanto è ancora vuoto e in permanente attesa di essere occupato. A questo proposito non posso non citare il lavoro di Vyacheslav Akhunov, la serie di disegni del 1978, che ha lo stesso titolo The empty pedestal e mostra basamenti monumentali vuoti. E in questa data siamo ancora molto lontani dalla leninoclastia.

Yelena Vorobyeva & Viktor Vorobyev – Provincial Sets
Laura Bulian Gallery
Milano, via Montevideo 11
fino al 30 novembre 2013

Orari. da martedì a sabato dalle 10 alle 19
Ingresso libero
sito web. www.laurabuliangallery.com


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