Non solo L’Urlo: la mostra Edvard Munch a Palazzo Ducale

Edvard Munch, Madonna (1895-1902), litografia. Collezione privata. © The Munch Museum/The Munch-Ellingsen.

di Sonia CoscoÈ il grande assente per eccellenza: L’Urlo, ma la mostra a Palazzo Ducale, Edvard Munch, gioca proprio su questa mancanza, per ricordare che Munch era anche altro e soprattutto per svelare una delle dimensioni meno note al pubblico e meno facili da vedere, ovvero la grafica. Uno degli eventi più attesi nel capoluogo ligure, a cavallo tra 2013 e 2014.

Qualcuno ha mugugnato, qualcuno è rimasto entusiasta. La premessa di Marc Restellini, il curatore della mostra, direttore della Pinacotèque de Paris, è però chiara: «Quello che vi presentiamo oggi non è quello che credete». Le scelte curatoriali devono far discutere sia in senso positivo che in senso negativo, creare dibattito. È questo che rende vivo un evento artistico. Se L’Urlo ha divorato tutto il resto della produzione del pittore norvegese – come spesso accade per alcuni attori che vedono ridotta la loro carriera a un unico ruolo di successo che adombrerà qualsiasi altro loro sforzo interpretativo – la mostra a Palazzo Ducale (promossa dal Comune di Genova, prodotta e organizzata da Palazzo Ducale di Genova, Fondazione per la Cultura, Arthemisia Group, 24 Ore Cultura – Gruppo 24 Ore) che porta 80 opere del grande pittore, è l’occasione per festeggiare i 150 anni dalla nascita del maestro e per mettere alla prova i nostri desideri nazional-popolari, il nostro tifo da stadio per un unico indimenticabile goal e conoscere il Munch del prima Urlo e del dopo Urlo. L’avvertenza di chi scrive questa recensione è: sforzatevi di andare oltre la prima superficiale delusione per non aver visto L’Urlo, sforzatevi di andare oltre l’aspettativa, leggete le didascalie, i testi dei grandi pannelli e indossate uno sguardo originario, che non è condizionato dai luoghi comuni e da tutto ciò che sapete, anche di seconda, terza mano su Munch. Facile parlare dell’Urlo, lo fanno anche i Simpson e i cabarettisti, ma quanti sanno che Munch è stato sin dagli inizi un anarchico dell’arte? Che esponeva le sue tele alle intemperie, alla neve, al contatto con la gelida terra, quasi fosse un ulteriore intervento materico, una stagionatura sui generis dei suoi lavori che dovevano assorbire le forze della natura, coinvolte anch’esse nel lavoro del pittore? Quanti sanno che Munch preferiva la grafica agli olii su tela? Quello che emerge, anche senza il Grande Escluso, è la novità psicologica delle rappresentazioni di Munch sin dall’inizio, la bussola che si sposta dalla natura e dalla società ottocentesca all’angoscia e malinconia che – aura mistica e impenetrabile – circondano tutti i suoi ritratti, come un alone, anche quelli che sembrano più affini al naturalismo impressionistico. Un’altra delle caratteristiche più evidenti della mostra è che la maggior parte dei lavori proviene da collezioni private e si tratta di litografie, serigrafie, xilografie. Tecniche che egli prediligeva per la libertà di reinterpretare gli stessi soggetti a lui cari e di sperimentazioni visive e simboliche.

Non viene capito Munch. Nel 1886 quando presenta al Salone di Autunno La bambina malata, una delle numerose variazioni sul doloroso tema della morte della sorellina Sophie per tubercolosi, viene stroncato e l’opera definita uno “scarabocchio” dai critici autorevoli. Sarà il contatto con la Francia, la scoperta dei lavori di Van Gogh ed Henry de Toulouse Lautrec a fargli rompere gli indugi e a staccarlo definitivamente dal naturalismo, per poi prendere la strada della piena maturità artistica e della piena cifra stilistica. Agli onori che a poco a poco iniziano a tributargli, lui però preferisce la solitudine e la modestia di una vita in disparte e il suo studio a Ekely, a Oslo, è il rifugio ideale. Con l’avvento del nazismo molte delle sue opere entreranno a far parte del gruppo della cosiddetta “arte degenerata” e alla sua morte, lascia a Oslo il suo patrimonio: circa 1.000 quadri, 18.000 stampe, 3.000 disegni e acquerelli, 92 quaderni di schizzi, 6 sculture, 143 matrici litografiche, 155 lastre di rame, 133 matrici xilografiche, fotografie, manoscritti, lettere,  ritagli di giornale e la biblioteca. Nel 1946, appena conclusa la seconda guerra mondiale, il Parlamento di Oslo costruisce un museo per conservare le opere e il Munch-Museet viene inaugurato nel 1963, a centʼanni dalla nascita dellʼartista1.

Edvard Munch, Bagnanti (1904 – 1905), olio su tela, 57,4 x 68,5 cm. Collezione privata. © The Munch Museum /
The Munch-Ellingsen.

“L’arte è il sangue del nostro cuore” grida Munch nella prima sala della mostra, all’inizio di un percorso che si colloca nel Salone d’Autunno del 1891, quando i suoi lavori hanno definitivamente fatto il salto nel pieno Decadentismo europeo e Malinconia viene considerata la prima opera simbolista della pittura norvegese. L’angoscia, quel sottofondo che accompagna la vita dell’uomo e che trova eco nel pionieristico esistenzialismo della filosofia di Søren Kierkegaard, è nell’uomo e intorno all’uomo gli stessi paesaggi non ne sono immuni. Soprattutto è nella sua vita, costellata di lutti e dolori che non si riescono a rielaborare, come la morte della madre prima, ma soprattutto della sorella, un episodio e un’emozione sulle quali deve tornare e ritornare, senza pace. Dalla malinconia, il salto nella disperazione più accesa è immediato e nella terza sala, vampiri, Madonne, soggetti ripresi diverse volte, hanno occhi accesi, ossessivi, tristi. Sacro e profano non sono così distanti e la grafica gli permette quella libertà di interpretare le sue opere, senza paure di censure (basta pensare agli spermatozoi inseriti nelle cornici). La quarta sala è la prova che questa non è la mostra dell’Urlo di Munch. Troviamo cavalli al galoppo, operai al lavoro, giovani che prendono il sole, fattorie, bimbi che giocano. Prima di Wagner, prima di Strindberg, il tempo viene occupato da spazi  quasi felici, quotidianità quasi lievi e serene.

Serena, come sereno sembra essere stato il periodo che Munch visse presso la famiglia del dottor Max Linde, a partire dal 1904. Un medico oculista, con un grande senso dell’arte, che gli commissiona diverse opere, soprattutto ritratti di famiglia e Munch, dopo una burrascosa storia d’amore, si trova a essere accolto in un ambiente familiare, intimo, domestico. In realtà, a ben guardare le serigrafie e le litografie dei ritratti, visi di bimbi, donne e uomini hanno un che di spettrale che sfuma nella malinconia. Munch è inseguito dal male di vivere e la serena quotidianità alto-borghese non può mettere a tacere i suoi drammi interiori. L’isolamento diventa la risposta alla sua irrequietezza. La tenuta di Ekely in cui si reca negli anni trenta e vive un’esistenza da recluso fino alla fine, diventa il suo studio all’aperto, in cui sperimentare nuove tecniche, scatti fotografici, ritratti, in cui sottoporre le sue opere a quella che chiama la “cura da cavallo” perché – scrive Munch – «il cielo è diventato tetto e la terra pavimento» ed è come «se i miei quadri avessero bisogno di un po’ di sole, di sporco e di pioggia» e la fotografia che documenta questo atelier all’aperto con Munch che dipinge affondando gli scarponi nella neve, è lirica pura, bellissima.

Andy Warhol, LʼUrlo (da Munch) (1984), serigrafia. Collezione private. © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc.

A questo punto, lasciato Munch tra i suoi quadri sprofondati nella natura, ci accostiamo all’ultima sala con qualche titubanza e tanta curiosità. Cosa c’entra infatti il padre della pop-art Andy Warhol con le tenebre intimiste di Edward Munch? La sala Warhol after Munch è un dialogo dissonante tra due artisti che però in comune avevano sicuramente un aspetto: l’ossessività nel riprodurre lo stesso soggetto, la moltiplicazione delle interpretazioni. Warhol vede per la prima volta le opere di Munch a Oslo nel 1971 e rimane colpito da quello che poi è il cuore della mostra di Palazzo Ducale ovvero dalla stampa d’arte. La serie Warhol after Munch gli viene commissionata nel 1983 e l’artista americano reinterpreta Munch: la Madonna, l’Autoritratto, L’Urlo, Eva Moducci, che si trasformano in icone pop. L’effetto spettrale diventa psichedelico, l’aura mistica diventa new age, i colori materici diventano fosforescenti. Nell’osservare questa operazione mi chiedo se avrebbe avuto ancora più valore un Andy Warhol che rilegge Munch, prima di esplodere come re della pop-art. Un Warhol vergine di consacrazione a livello planetario, che si innamora di un lugubre Munch, un’attrazione fra diversi, e non realizza su commissione le opere, ma le esegue per pura ispirazione autentica. L’intenzionalità, a mio avviso, fa il risultato e chissà se le opere sarebbero state le stesse. L’accostamento è spudorato, ma interessante, ammicca al commerciale, ma non sarebbe altrimenti con Warhol. Usciamo dalla mostra con la sensazione di aver attraversato la vita di Munch avendo sottobraccio L’Urlo che anziché essere protagonista, fa da spettatore alle opere del suo creatore, come noi. Un po’ ci piace, un po’ ci lascia un certo amaro in bocca, come una qualsiasi aspettativa non ripagata. Ma non siamo bambini a un luna park che frignano perché non c’è la giostra più attesa. È l’arte, bellezza. Anche quella più taciuta, ma non per questo meno spettacolare ed emozionante.

1 Le note biografiche sono tratte dal testo di Dieter Buchhart.

Edvard Munch
a cura di Marc Restellini
Genova, Palazzo Ducale, Piazza Matteotti, 9
Fino al 27 aprile 2014

Orari. Da martedì a domenica 9.00 – 19.00 | lunedì 14.00 – 19.00
La biglietteria chiude unʼora prima
siti web.  www.mostramunch.it | www.palazzoducale.genova.it | www.munch150.no


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