Se chiudo gli occhi non sono più qui. Altrove, nella realtà, con il regista Vittorio Moroni

Mark Benedict Bersalona Manaloto (Kiko), protagonista del film.

di Lucia ValcepinaOggi conosciamo la genesi e storia di un film che ci offre squarci vividi di realtà, senza toglierci il gusto dell’Altrove. “Se chiudo gli occhi non sono più qui”, quarto lungometraggio del regista Vittorio Moroni, autore, sceneggiatore e drammaturgo sperimentale, schietto e, a nostro parere, coraggioso.

Siamo abituati a incontrarlo nelle sale, mentre accompagna i suoi film in tour per la Penisola raccontandoci i retroscena e spiegandoci come sia necessario, a volte, inventarsi nuove strade produttive e distributive per dare compimento alle proprie idee. Dei precedenti lungometraggi, premiati dalla critica e dal pubblico – Tu devi essere il lupo (2006), Le ferie di Licu (2007), Eva e Adamo (2011) – ci resta la sensazione di aver attraversato storie a tinte forti che hanno saputo, nella loro intensità, raccontare l’umano, l’universale, con sguardo lucido, disincantato e mai giudicante.

Oggi siamo di fronte a una nuova storia paradigmatica: quella di Kiko, sedicenne, orfano di padre, costretto a vivere con la madre filippina e il suo nuovo compagno (interpretato da Giuseppe Fiorello), gretto capomastro che gestisce cantieri edili, sfruttando manodopera clandestina e costringendo lo stesso Kiko a lavorare. Ma un incontro aprirà scenari imprevisti…

Parliamone con il regista.

Vittorio, in questo film tratti una condizione e una fase della vita emblematiche: la realtà degli immigrati di seconda generazione e l’adolescenza. Sappiamo che il pubblico più giovane sta rispondendo con empatia alla tua proposta. Come hai affrontato il tema?
Mentre stavo realizzando la sceneggiatura del film (con Marco Piccarreda ndr), ho chiesto di essere accolto come “studente aggiunto” in tre classi (1a, 2a e 3a) di un liceo della Prenestina per vivere dall’interno l’esperienza scolastica e giovanile. Ho avuto modo di immergermi nell’ambiente, di osservarne e viverne le dinamiche, di intervistare insegnanti e studenti. In particolare, ero curioso di sapere se questi ultimi ritenessero la scuola decisiva per il loro futuro o piuttosto un passaggio “obbligato”.  Contrariamente alle aspettative, nel 90 per cento dei casi la risposta era positiva: quasi tutti pensavano che la scuola avesse un ruolo decisivo, capace di orientare il destino. Di contro, prendevo atto della divaricazione esistente tra le risorse potenziali della scuola e le barriere al cambiamento, il limite oggettivo che impongono certi contesti familiari, particolarmente ostici, specialmente nel caso di figli di immigrati.

Fotogramma del film: in classe.

Per questo il tuo film affronta il tema dell’istruzione come strumento di vita sostanziale, formativo in senso lato?
Sì, propone una sorta di “utopia del sapere, sul modello greco. A un tratto, un insegnante in pensione, Ettore, interpretato da Giorgio Colangeli, irrompe nella vita di Kiko. È una figura educativa molto diversa da quelle alle quali il ragazzo è abituato, non si accoda ai protocolli o alle formalità, ascolta le sue angosce e i suoi bisogni, non è interessato ai risultati scolastici ma a cosa succede quando l’animo del ragazzo “si accende”. Per questo, gli fa incontrare la filosofia attraverso i suoi volti, i suoi autori, proponendoli come potenziali amici, strumenti di vita. Spinge Kiko a guardare oltre, a cercare un senso profondo.

E Kiko coglie l’invito, visto che è appassionato di astronomia…
L’astronomia è per lui l’ambito della “possibilità” e del dialogo con il padre (che tempo prima gli regalò un meteorite). L’astronomia è anche il luogo dove si riformula la possibilità di uno spazio-tempo curvo in cui immaginare un percorso all’indietro, rivivere alcuni giorni significativi del passato. È anche l’ambito che permette di relativizzare se stessi, la propria dimensione. Ettore suggerirà a Kiko che si può deporre un sasso, lasciare il proprio segno per il futuro, concedersi una prospettiva, qualunque sia il proprio percorso.

E la possibilità di immaginare è concessa a Kiko anche grazie a uno spazio dismesso, da ricreare: un autobus abbandonato che il ragazzo trasforma nel suo rifugio. Anche la tua società di produzione (50Notturno) ha il nome di un autobus. Come mai?
L’autobus ha una particolare suggestione: è un luogo abitato temporaneamente da persone con destinazione diverse, che creano una comunità lungo il viaggio, un microcosmo nel quale può avvenire di tutto: dai gesti più efferati a quelli più generosi. Una bella metafora dell’umano. E poi su un autobus, solitamente, si sta scomodi, stretti…

Kiko nel suo rifugio.

Attorno, l’ambiente è altrettanto evocativo: Codroipo e la periferia friulana. Come mai questa scelta?
Il Friuli è di certo una terra dalla grande ricchezza e varietà sociale: scenario di immigrazione ma anche di tradizione e radicamento, connotato persino da una lingua propria.

Io cercavo un luogo di passaggio, una strada attraversata da camion, merci, popoli, gente… tracce di Storia. In particolare, avevo in mente quei tipici bar che sono al contempo abitazione e pompa di benzina; l’ho cercato lungo la penisola (Puglia, Sicilia e Lazio), finché l’ho individuato a Codroipo, anche con l’aiuto del regista friulano Alberto Fasulo, in un luogo provvisto persino di una discarica di mezzi vecchi, arrugginiti, dove poteva stare alla perfezione l’autobus abbandonato di Kiko.

E lì, in quell’autobus, realtà e immaginazione si incontrano, si armonizzano. Quanto è diverso nella genesi e sostanza questo film dai tuoi precedenti?
 Nei film precedenti avevo l’esigenza di “stare dentro” alle vicende e suggerire la mia verità attraverso il materiale che mi si proponeva, seguendolo, selezionandolo, dandogli forma. Situazioni che si presentavano come delle specie di nebulose e non vere e proprie storie. In quest’ultimo film, ho seguito un percorso inverso. La storia è nata prima, anche se si è mostrata da subito un vero e proprio organismo in crescita ed evoluzione, ha richiesto 19 stesure: come un cantiere in metamorfosi, con l’esigenza di inverare le storie attraverso la realtà.

Come hai scelto il protagonista?
Durante i casting, ho incontrato 200 ragazzi filippini, ognuno con la propria storia, il proprio percorso e vissuto, tutti elementi che sono andati ad arricchire la sceneggiatura. La scelta dell’interprete principale, oltre all’aderenza espressiva al protagonista, implicava, tra gli altri, un elemento-chiave: l’interprete doveva essere in grado di capire e sentire propria l’esperienza di chi resta orfano, come Kiko. Mark non è orfano ma, come parecchi ragazzi filippini, ha vissuto un’esperienza tragica, di distacco: fino all’età di 10 anni è vissuto con i nonni nelle Filippine, mentre i genitori si trovavano in Europa, per lavorare e inviare il denaro alla famiglia, ed erano due figure lontane. Al rientro a casa dei genitori, Mark, di fatto, si è dovuto confrontare con due estranei.

Alla fine dei casting, la cerchia si è ristretta a tre potenziali candidati ai quali è stata data l’opportunità di lavorare per un mese, fare un’esperienza cinematografica vera e propria, sapendo che solo uno di loro sarebbe stato scelto. In questa fase, mi sono avvalso per la prima volta dell’aiuto di una coach, Rosa Morelli. Alla fine del percorso, la scelta è caduta su Mark.

Ettore e Kiko (Giorgio Colangeli e Mark Benedict Bersalona Manaloto). 

E oggi, dopo il Festival Internazionale del Film di Roma, ti appresti a partecipare al Santa Barbara International Film Festival (California). Numerosi, in questo senso, i riconoscimenti ai tuoi film e le esperienze all’estero. Qual è oggi la tua percezione del cinema internazionale e come consideri l’esigenza di “verità” di quello italiano?
L’esperienza all’estero è sempre destabilizzante, anche per un discorso di comunicazione. Il più delle volte ti chiarisce i limiti del panorama italiano, dove hai spesso la sensazione di “lottare contro”. In realtà, in questo periodo storico, la caduta verticale del pubblico delle sale è un fenomeno generalizzato: il cinema ha un ruolo sempre meno centrale nella vita degli spettatori. Quel che manca spesso in Italia, però, è la valorizzazione di ciò che esiste, di ciò che viene proposto nonostante le difficoltà.

Quanto alla capacità di cogliere il vero da parte del cinema, non è certo una questione di genere. È facile cadere nell’equivoco o nella facile equazione verità = cinema documentario (peraltro valorizzato in quest’ultimo Festival di Roma). In realtà, l’attrazione di varie forme espressive, nei diversi linguaggi, può contribuire a interrogare lo spettatore e a mettere in discussione lo sguardo.

Un po’ come fa Ettore, nel film, quando lascia intravedere a Kiko la possibilità di una vita autentica.

E come il protagonista del film, noi di Nèura ripensiamo alle pietre che hanno impresse tracce della nostra esistenza e diamo appuntamento a Vittorio Moroni, a marzo, nelle sale, riservando al prossimo incontro qualche domanda sullo spazio-tempo curvo dell’Universo.

Backstage del film.

Se chiudo gli occhi non sono più qui

Regia. Vittorio Moroni
Sceneggiatura. Vittorio Moroni, Marco Piccarreda
Produzione. 50N srl
Con Giorgio Colangeli; Giuseppe Fiorello; Mark Benedict Bersalona Manaloto
e con Ignazio Oliva; Ivan Franek; Elena Arvigo; Anita Kravos; Hazel Morillo; Vladimir Doda; Stefano Scherini

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