Il paesaggio americano nell’immaginario odierno. #1 La Death Valley

di Silvia ColomboLa letteratura e il cinema, storicamente dominato dalla produzione statunitense, hanno generato nel pubblico di fruitori un immaginario così forte da portare a uno “sdoppiamento” paesaggistico: quello vissuto e quello visto. Qual è l’America più reale, tra le due? Iniziamo un percorso a tappe, partendo dalla Death Valley.

Viaggio on the road da Las Vegas alla Death Valley

L’impressione istantanea che vi assalirà la prima volta che metterete piede negli Stati Uniti sarà, probabilmente, un continuo e ripetitivo déjà-vu. Nelle città – Los Angeles in primis –, così come nel bel mezzo del deserto, capiterà sicuramente quell’istante in cui vi volterete a guardare uno scorcio di paesaggio e direte a voi stessi: “questa scena mi è familiare”.
Diversamente dal ‘vecchio continente’, che dà tutt’altro tipo di sensazioni, gli Stati Uniti sono in grado di suscitare in noi l’impressione di un doppio livello, diviso tra realtà e immaginazione, passato e presente, legati inscindibilmente ma simultaneamente sfalsati – in altre parole, si tratterebbe di un hic et nunc ripetuto all’infinito.
Senza dubbio, l’industria letteraria e poi, ancor più, filmica sono state a tal punto dilaganti e impattanti da creare “miti”, nonché una sub-coscienza, figurativa e sentimentale, presente quasi in ciascuno di noi. Tutti, perciò, hanno visto l’America, ma solo una parte l’ha realmente visitata o, ancor meglio, vissuta.

Salendo su una macchina qualsiasi, chiudendo la portiera e iniziando un percorso dalle distanze incommensurabili – per un europeo – si è immediatamente assaliti dalle parole anni cinquanta di Jack Kerouack che, scrivendo Sulla strada, non poteva rendere meglio l’idea del viaggio ideale statunitense, attraverso lunghissimi punti di connessione che – anche se per un solo istante – fanno sentire liberi. Oltre sessant’anni dopo, pur consapevoli dei cambiamenti accaduti, riusciamo ancora a ripercorrere le sue parole, concludendo che l’America è fatta per essere girata così, on the road.
E da Las Vegas, non-luogo che ha suscitato l’immaginazione dei registi sin dagli anni sessanta, quando a interpretare Ocean’s eleven erano Frank Sinatra e Dean Martin, si parte, si va, si vola verso la Death Valley.

Zabriskie point, nella Death Valley. Foto di Silvia Colombo

Parco Nazionale al confine tra California e Nevada, la Death Valley è una depressione che anticamente ospitava il mare e alcuni insediamenti di nativi americani, mentre oggi vi si trovano rialzi rocciosi, formazioni saline, fossili. Inariditasi progressivamente, essa è stata al centro della “corsa all’oro” che, nel corso dell’Ottocento, ha spinto numerosi cittadini americani all’esplorazione indiscriminata del territorio, divenuto celebre con questo nome a causa delle numerose vittime mietute, smarritesi per sempre nei meandri aridi delle sue terre, divenute così inospitali.
Allo stato attuale, dunque, è meta turistica prediletta dagli americani (e dai turisti da tutto il mondo) in virtù della sua conformazione naturalistica particolare, ma anche per una conquistata celebrità filmica.

Bad Water, il punto più basso situato sotto il livello del mare – Death Valley. Foto di Silvia Colombo

Quante sfumature si celano dietro a un unico luogo? Molte, quasi infinite.
La Death Valley allora diviene altro da sé, America ed Europa insieme, si configura come un non-luogo sapientemente sfruttato per le qualità geologiche e per la vantaggiosa vicinanza alla capitale del cinema, Hollywood. Così, in Spartacus (1960), la scena che dovrebbe essere ambientata nelle miniere siciliane, viene invece girata all’interno del parco americano.
Per gli stessi motivi George Lucas, in alcuni episodi di Star Wars come A New Hope (1980) ha tradotto le dune aride della Valle della Morte, il punto panoramico di Dante’s View e l’Artist’s Palette – un susseguirsi di morbidi picchi, connotati da colori diversi, quasi fossero la tavolozza di un artista – nel deserto del pianeta immaginario Tatooine, travasando a doppio binario la realtà nella fantasia e viceversa.

Dunque da un lato la valle è al centro di una perdita di identità geografica, dall’altro è ambientazione iconica e significativamente simbolica, come dimostrano altre pellicole.
Ad esempio, per un italiano, nominare la Death Valley, equivale a fare il nome di uno dei più grandi registi del Novecento, Michelangelo Antonioni, che ha ambientato una scena significativa del suo Zabriskie point (1970) – parte della trilogia “straniera” del regista, di cui fanno parte anche Blow-up e Professione: reporter – nell’omonimo punto panoramico della valle. Entrata nell’iconografia cinematografica è l’inquadratura ad ampio raggio di innumerevoli coppie di amanti che, all’interno di una distesa desertica, si avvinghiano in un abbraccio quasi eterno replicando l’azione dei due protagonisti.
Ancora, medesima è la destinazione prescelta da Jim Morrison – interpretato da Val Kilmer nel lungometraggio The Doors (1991) di Oliver Stone – a conclusione di un breve viaggio in cui il leader della band trascina i compagni. Il gruppo si ferma nel cuore della vallata per esperire un viaggio fisico e psichedelico sotto l’effetto delle droghe sintetiche. Un percorso a più strade, che conduce labirinticamente nel deserto secco dell’America del Far West.
Quali sono le restanti? Lo scoprirete la prossima settimana.


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