I Territori instabili di Palazzo Strozzi

Sigalit Landau, DeadSee (2005)

di Roberto Rizzente“Un confine è soprattutto e in primo luogo una parola che può essere utilizzata secondo diverse accezioni, in riferimento alla soglia del dolore, al confine dell’essenza, al limite di un disastro, al discrimine tra sanità e pazzia …] In un certo senso, i confini sono la pelle dei luoghi e anche una sorta di scorza per la maggior parte delle idee. I confini sono le nostre definizioni. E sono troppo sottili. Non c’è niente da controllare, perché non vediamo mai l’altro lato del confine correttamente” [Sigalit Landau].

Se diamo un’occhiata alla carta geografica africana, una delle cose che più colpisce la nostra attenzione è l’estrema regolarità dei confini. Non c’è una ragione in grado di giustificarne la dislocazione, al del corso dei fiumi o delle montagne: quelle linee sono il frutto dell’accordo tra le potenze Occidentali che nell’Ottocento si spartirono il continente. Gli Stati che oggi conosciamo non sono, dunque, che una creazione arbitraria. E le linee che li dividono, pensiamo solo al Sudan o la Nigeria, confini di comodo, utili alle potenze coloniali, ma refrattari alle reali esigenze dei popoli.

Nella presente epoca, il modello potrebbe essere esteso all’umanità tutta. Perché rischiano, i confini, di apparire anacronistici, anche a causa dello sviluppo dei mezzi di trasporto e di comunicazione, piuttosto che l’orientamento su scala globale del mercato. D’altro canto, però, movimenti nazionalisti e separatisti di ritorno, non solo nel sud del Mondo, hanno cominciato a emergere, dilatando sensibilmente i termini della questione. Una definizione corretta di Stato dovrebbe dunque tenere conto, oggi, di queste opposte tensioni, come in una reviviscenza, applicata alla sociologia, della teoria della tettonica a zolle.

Paulo Nazareth, Noticias de America (2012)

Tutto questo pullulare di uomini e mezzi non può non avere delle conseguenze sull’identità. Volenti o nolenti noi siamo figli del nostro contesto. Se ne è parlato a lungo, in seno alla critica marxista. Le condizioni di vita, la famiglia, la cultura influiscono il nostro modo di essere, lo orientano. Oggi, tuttavia, la facilità di accesso ai media e il surplus d’informazione moltiplicano esponenzialmente la portata delle esperienze, accorciando le distanze e confondendo il virtuale col reale. L’identità si fa, dunque, fluida, ibrida. Con delle ricadute sull’etica, perché sta a ognuno, ora più che mai, immaginarsi quale vuole essere, progettandosi giorno dopo giorno, col concorso della fantasia.

Bisogna dunque leggere in chiave simbolica le opere esposte a Territori instabili, la mostra di Walter Guadagnini e Franziska Nori alla Strozzina di Firenze. Perché ci sono, sì, riferimenti all’attualità. Come le guerre in Angola, (Jo Ractliffe, As Terras do Film do Mundo, 2011), Congo (Richard Mosse, The Enclave, 2013) o in Carnia, durante la Seconda Guerra Mondiale (The Cool Couple, Approximation to the West, 2013). Ma questi vanno traslati altrove. Valgono, cioè, come perifrasi di una deriva identitaria che investe sì gli Stati, ma anche e soprattutto i popoli, gli individui, che quegli Stati abitano, (Tadashi Kawamata, Tree Huts, 2013; Apnea, 2013; Paolo Cirio, Loophole for All, 2013), reinventandosi quotidianamente (Zanny Begg & Oliver Ressler, The Right of Passage, 2013), a tu per tu con le fratture scomposte dell’Io (Kader Attia, Repair Analysis, 2013).

Così Adam Broomberg & Oliver Chanarin (Sud Africa 1970; Regno Unito 1971). La documentazione fotografica di Chicago (2006-2013), la città fantasma costruita per l’addestramento dell’esercito israeliano nel deserto del Negev, a somiglianza di un villaggio palestinese, e il modellino in scala di un paese mediorientale nel video Mini Israel (2006), senza il muro e con gli arabi lontani, dediti alla pastorizia o alla preghiera, rappresentano, in prima battuta, un modello idealizzato e certo stereotipato del reale. Ma, così facendo, innestano una riflessione sulle aritmie interpretative che del reale vengono date, nell’arte come nella politica, imponendo un ordine là dove questo è impalpabile, affatto esistente.

Sigalit Landau, Barbed Hula (2000)

Più esplicita, Sigalit Landau (Gerusalemme 1969) mostra le ricadute che sulla costruzione identitaria del singolo può avere la forzata convivenza tra i popoli. Come in Barbed Hula (2000), dove il gioco ludico dell’hula hoop si trasforma in strumento di tortura, sullo sfondo del mare a sud di Tel Aviv, forse l’unica frontiera sicura, in Israele. Piuttosto che in DeadSee (2005), con quella spirale di 500 angurie intorno alla Landau, che a poco a poco si srotola, esponendo il corpo nudo al sale, le inenarrabili violenze del mondo esterno, a tu per tu con un mare, il Mar Morto, che divide sulla carta gli ebrei dal mondo arabo, ma che nulla può, a conti fatti, per fermare le spinte della Storia.

Come e quale potrà essere la risposta, dinanzi a tutto questo, non è dato saperlo, dalla mostra. Ci sono, sì, degli esempi. Come quella di Paulo Nazareth (Brasile, 1977) che sceglie, letteralmente, di ‘attraversare’ i tanti confini, accumulando materiali ed esperienze, semplicemente camminando. Ma sono ipotesi. Punti e virgola in un percorso affatto lineare, fatto d’interruzioni, accelerate ed eterni ritorni. Dove, più che l’arrivo, conta il viaggio. Rabdomantico e incerto. Ma dinamico. E, per questo, vitale.

 

Territori instabili. Confini e identità nell’arte contemporanea
CCC Strozzina, Palazzo Strozzi
Firenze, Piazza Strozzi
fino al 19 gennaio 2013

Orari. da martedì a domenica dalle 10 alle 20
Ingresso intero 10 euro | ridotto 8.5, 8, 7.5, 4 euro | gratis giovedì dalle 18 alle 23
sito web. www.strozzina.org


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