Tino Stefanoni e l’apparente ovvietà del quotidiano

di Silvia ColomboTino Stefanoni è uno dei protagonisti dell’arte contemporanea italiana, dagli anni sessanta a oggi. Il suo repertorio iconografico, semplice ma solo apparentemente scontato, ci regala uno squarcio di mondo silente. Potete ammirare i suoi lavori alla Galleria Credito Valtellinese di Milano fino al prossimo 11 gennaio.

Tino Stefanoni, Piastre guida per la ricerca delle cose (1971)

È a cura di Valerio Dehò la pesonale dedicata a Tino Stefanoni, ospitata negli spazi della Galleria Credito Valtellinese di Milano, e si intitola significativamente L’enigma dell’ovvio. Non avrebbe potuto essere altrimenti, considerando che l’interesse primario dell’artista, dai suoi esordi pittorici agli anni più recenti, si dirige costantemente – e con minuzia lenticolare – verso la realtà oggettuale del mondo che ci circonda.
Una carriera pittorica, dunque, che ruota attorno ai principali centri espositivi, senza tralasciare delle “pietre miliari” come le milanesi Galleria Apollinaire e Studio Santandrea di Gianfranco Bellora, e che, tra le righe, fa emergere una formazione da architetto, presso il Politecnico di Milano.
Fondi uniformi, ripetizioni seriali che richiamano solo da lontano le latte Campbell di Andy Warhol, oggetti precisi, isolati dal contesto, sono le basi essenziali di un linguaggio che, senza esitazioni, non guarda mai indietro, ma piuttosto torna costantemente su se stesso per essere rivisitato, modificato, ma soprattutto contemplato.

Tino Stefanoni, Segnali stradali regolamentari (1969-1970)

Lo stile di Stefanoni è semplice, certo, ma la sua semplicità è solo apparente: in realtà si propone in maniera così disarmante da suscitare in noi una profonda riflessione su ciò che stiamo osservando e, per traslato, su ciò che ci circonda nella vita di tutti i giorni. L’uomo, così, di primo acchito presenza rimossa dalle tele, ritorna come parte essenziale di un processo biunivoco: “il mondo delle cose è invece l’unico segno della sua esistenza, e quindi di sua proprietà, traccia del suo pensiero e della sua storia dove si possono creare arte e bellezza che non sono l’arte e la bellezza della natura”¹.
Lo vediamo nella serie delle Piastre guida per la ricerca delle cose: superfici in ferro verniciato, sagomate fino a comporre camicie ordinatamente piegate, sovradimensionate tazze di caffè che non ci rivelano il loro contenuto, borse dell’acqua calda… un repertorio che va a infittirsi, svelandoci una mappatura di ciò che siamo e viviamo. E che ritroveremo negli anni a venire.

Tino Stefanoni, Le camicie (1973)

Nelle Camicie del 1973, ad esempio, così come nei Segnali stradali regolamentari (1969-1970), dove al tradizionale bagaglio iconografico “da scuola guida” si sostituiscono simboli di invenzione dell’artista – originali e senza dubbio ironici.
Un percorso fedele a se stesso ma che, avvicinandosi a oggi, sembra mettere in atto una “versione 2.0 del Ritorno all’ordine”: le composizioni oggettuali si inseriscono in un contesto prima volutamente assente, acquistano colore e ombreggiature insistenti che ci fanno avvicinare a una figuratività sintetica. Una tavolozza e un mondo riscoperti con occhi senz’altro diversi, ma che non dimenticano alcuni principi fondamentali come l’astrazione oggettuale e, soprattutto, il silenzio meditativo del reale.

Tino Stefanoni. L’enigma dell’ovvio
20 novembre 2013 – 11 gennaio 2014
Milano, Galleria Gruppo Credito Valtellinese

Orari. lunedì-venerdì 13-19.30 | sabato 9-12 | domenica chiuso
Ingresso libero
sito web. http://www.creval.it/gallerie/milano/stefanoniMi.html | www.tinostefanoni.com


¹ Elogio alla banalità del quotidiano, a cura di Angela Madesani, catalogo della mostra, Lecco, Galleria Melesi, 29 marzo – 10 maggio 2008, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2008, pp. n.n.


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