Un caffè con l’arte contemporanea. La nuova collana del gruppo L’Espresso

Il caffè dell’Arte Contemporanea,  Gruppo L’Espresso – La Repubblica

di Sonia Cosco Nell’arte ci si cade sempre, fortunatamente. Le uscite di collane – in allegato con riviste o meno – sono cicliche, periodiche, stagionali. E con l’entusiasmo di una giovane scolaretta piena di buoni propositi che inaugura la sua scatola di pennarelli nuova fiammante, strappo la custodia di plastica del primo dvd della collana “Il caffè dell’Arte Contemporanea” (Gruppo La Repubblica – L’Espresso). La curiosità e l’aspettativa sono d’obbligo, vediamo se il contenuto manterrà le promesse (e le premesse tanto decantate). 

Prima di tutto se di arte si parla, vogliamo essere appagati dal punto di vista estetico. E il tentativo è abbastanza riuscito, perché lo shock di colori squillanti che si scontrano, liquefanno, zampillano come una fontana nel menu del dvd e in ogni stacco capitolo, è d’effetto, senza risultare eccessivo. Anche la scenografia in cui è calato il critico di turno è contemporanea quanto basta, luci soffuse, sfondo nero, grandi schermi su cui proiettare le tele degli artisti e scranno abbastanza informale, ma non troppo, su cui troneggia l’intellettuale che disamina, sviscera in modo chirurgico  le opere degli artisti.

L’impianto dell’opera però è abbastanza tradizionale. Forse troppo. Agli interventi del critico si alternano immagini di repertorio sugli artisti esaminati. In questo primo numero, l’intervento è di Michele Dantini, storico e critico d’arte, editorialista, saggista, che insegna storia dell’arte contemporanea all’Università del Piemonte orientale e collabora con i più importanti musei italiani di arte contemporanea. Il suo cv è lungo e autorevole e i suoi interventi sono brevi, efficaci, con un linguaggio sapientemente in bilico tra divulgativo e strappo all’accademico. I momenti, a mio avviso, più interessanti, sono quelli in cui Dantini entra nelle tele e racconta testi e sottotesti delle opere significative.

I protagonisti di questa prima puntata sono gli esponenti dell’Espressionismo Astratto. Dalla voce narrante che accompagna le immagini di repertorio (e che fa un po’ “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli) e da quella di Dantini, che invece crea con lo spettatore un’illusoria dimensione di intimità e confidenza, apprendiamo i nomi e i concetti chiave di questo movimento che ha spostato il baricentro dell’arte contemporanea dall’Europa in America e precisamente a New York. Pollock, De Kooning, Rothko, Kline, Gorky è come se avessero preso uno di quei piccoli ed eleganti mappamondi da scrivania e con la mano avessero dato al globo una bella sferzata da moto di rotazione, finché il loro indice non è precipitato su New York, precisamente sulla galleria Art of This Century di Peggy Guggenheim l’ereditiera che «apre la galleria che fa dell’impegno culturale e della promozione degli artisti europei il suo compito e la sua missione»1. Da lì è esploso uno dei fenomeni più interessanti dell’arte contemporanea, che non aveva manifesto, che non aveva intenzionalità e direzione precise, ma aveva l’urgenza di una ricerca espressiva, libera e nuova rispetto alle produzioni europee.

Jackson Pollock, opera

La carrellata dei mostri sacri inizia con Jackson Pollock e noi approfittiamo di questa prima uscita del gruppo L’Espresso per ricordare (a noi e a voi) lui e i suoi compagni di creatività.

Jackson Pollock nasce a Cody, nel Wyoming, il 28 gennaio 1912. La sua avventura artistica a New York inizia nel 1929, fortemente influenzato dai murales politici di Diego Rivera e José Clemente Orozco, ma sarà la scoperta di Picasso e dei surrealisti europei a dare la svolta. «L’artista moderno lavora per esprimere il movimento, l’energia e altre forze interiori». Le sue ricerche diventano sempre più mature, personali, sperimentali e si concentreranno nella tecnica del dripping: lasciare gocciolare da un vasetto o da uno stecco il colore come nell’opera Compisizione n.14 (1948), analizzata da Dantini. Qui le figure sembrano scomparse e si impone una dimensione ‘coreografica’, danzante. La tela monumentale sfugge al cavalletto, e si prostra a terra ai piedi dell’artista che fa precipitare su di essa il colore liquido. Questo è il dripping, questa è l’arte performativa di Pollock che muore in un incidente stradale nel 1956. Troppo giovane, come tutti gli altri.

Willem De Kooning nasce nel 1904 a Rotterdam. Ha soli 22 anni quando arriva a New York e conosce Arshile Gorky. A contatto con i nuovi colleghi artisti, i suoi paesaggi diventano sempre più stilizzati e astratti e si cimenta anche nel campo grafico e scultoreo. Con lui c’è Mark Rothko, nato a Dvinsk, nell’attuale Lettonia nel 1903. Ama insegnare soprattutto ai bambini che lo colpiscono per la freschezza e l’energia creative. Nel dopoguerra il figurativo scompare dalle sue tele, l’obiettivo è quello di eliminare le distanze tra l’artista, l’opera e lo spettatore e questa direzione si concretizza in tele in cui bande di colore vengono accostate con libertà. Muore nel 1970, suicida.

«Quelli che piangono di fronte ai miei quadri, fanno la stessa esperienza religiosa che ho fatto io mentre li dipingevo» ha affermato De Kooning e di esperienza religiosa si può parlare anche quando ci poniamo di fronte alle opere di Frank Kline, nato nel 1910, che a New York in un primo tempo si guadagna da vivere illustrando per riviste e realizzando disegni su muri. Dal realismo dei murales passa negli anni quaranta all’astrazione, dopo aver conosciuto De Kooning e Pollock. L’essenzialità è uno degli elementi che caratterizzano le sue opere e la tavolozza che conosce solo il bianco e il nero, almeno fino agli anni cinquanta dove all’improvviso ricompare il colore. «La gente pensa spesso che io prendo una tela bianca e ci dipingo sopra i segni neri, ma questo non è vero. Io dipingo il bianco allo stesso modo del nero». Muore per infarto nel 1962.

Frank Kline, opera

E infine Arshile Gorky nato in Armenia nel 1904, fuggito in America a causa delle persecuzioni turche. «L’essenza del pensiero è il seme dell’artista. Le setole del suo pennello sono della materia dei sogni. E come l’occhio è sentinella della mente, io esprimo nell’arte le mie percezioni più profonde, il mio sguardo e la mia prospettiva sul mondo»2. Il Surrealismo sveglia il suo sguardo e gli fa maturare uno stile che lo renderà inconfondibile: acceso e lirico. Muore nel 1948, suicida.

A questo punto la domanda è: continuerò ad andare in edicola ogni settimana per completare la collana? Non lo so. C’è in questo lavoro, sicuramente apprezzabile e di alta qualità, quel didascalico di troppo che mi impedisce di mantenere lo stesso entusiasmo con cui ho sfasciato il cofanetto. Il punto di forza sta negli interventi dei critici relativi alle opere, negli aneddoti biografici, nella profondità dell’analisi, nel ‘non noto’ che difficilmente potrei reperire, digitando il nome dell’artista su un motore di ricerca. Queste parti però sono troppo brevi, pillole dosate, monologhi che sembrano avere paura di annoiare e quindi si trasformano in tweet. E a me 140 battute non bastono, mi rimane la fame.

Quello che mi sento di dire è che, in un momento in cui si ventila la possibilità di cancellare la storia dell’arte dai programmi scolastici, queste iniziative sono importanti serbatoi a cui, chi si avvicina per la prima volta all’arte può attingere con piacere, scoprendo le dissonanti e dolorose meraviglie della creatività ed esperienza umane.

1Michele Dantini, Espressionismo Astratto – La rivoluzione del gesto, in Il caffè dell’Arte Contemporanea, collana Gruppo L’Espresso- La Repubblica, 2014.

2La biografia e le citazioni degli artisti sono tratte da La rivoluzione del gesto, in Il caffè dell’Arte Contemporanea, collana Gruppo L’Espresso-La Repubblica, 2014.


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