Vyacheslav Akhunov e le manipolazioni del linguaggio

Vyacheslav Akhunov, Party Line. Mantra USSR. Mantra, we will come to a victory of communism!, (1978). Courtesy Laura Bulian Gallery

di Roberto RizzenteLo avevamo scoperto al Padiglione dell’Asia Centrale alla 55ª Biennale, con quelle grosse lettere che campeggiavano a tutto campo, aggettando nello spazio Ora, Vyacheslav Akhunov (Och, Kyrgyzstan, 1948) sbarca a Milano, ospite della Laura Bulian Gallery, nella mostra “The Red Line”, a cura di Marco Scotini.

È la prima volta che all’artista, uzbeko d’adozione, viene dedicata una personale. Fino ad allora, le sue opere si limitavano alla comparsata in una qualche collettiva, sia pure di primaria importanza. Come le Biennali di Singapore, Istanbul, Mosca. Documenta, il Kiasma di Helsinki, il Centre Pompidou, i Musei e le Gallerie di Londra, New York, Vienna, Parigi. O, appunto, la Biennale di Venezia.

Colpa del Regime Sovietico, e poi Uzbeko. Che, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, ormai fuori dalla Storia, sempre ha imposto un controllo. Specie a quegli artisti che del Regime sono stati e sono censori. Impedendone l’espatrio. E poi costringendoli a strategie occulte e clandestine per la sopravvivenza. Come il ricorso al notebook, nel caso di Akhunov, un formato nuovo, pronto per essere nascosto, in caso d’ispezione improvvisa.

Perché non è pensabile, per il Regime, accettare dei lavori dove ciò che è corrente, propagandato alle masse, viene ribaltato. E non coi segni forti, facilmente controllabili, della satira, la violentazione punk e underground delle icone. Ma per vie traverse. Destrutturando la vulgata, gli stereotipi contrabbandati, per svelare il processo di accumulo e sedimentazione di menzogne, finalizzate al consenso.

Perché  è nel linguaggio, più ancora che nelle leggi, che si cela il volto nascosto e più pericoloso del Potere. Quello totalitario, almeno. Che non si contenta di opprimere i cittadini, circoscrivendone la libertà. Ma, proprio, insinuandosi nelle coscienze. Sottraendo al reale un altro reale. Attraverso lo strumento che per interpretare il reale noi abitualmente, e spesso inconsapevolmente, usiamo: il linguaggio.

Vyacheslav Akhunov, Breathe Quietly (1976-2013). Courtesy Laura Bulian Gallery

Ed eccolo, allora, il senso riposto del lavoro di Akhunov. Come negli stessi anni faceva oltreoceano Andy Warhol con le icone della cultura di massa, egli accumula su carta gli emblemi del Potere comunista. Li ritaglia dai giornali o li riproduce a tempera. Solo che su questi simboli interviene. Sovvertendo i colori, ad esempio. Moltiplicandoli in sequenza. Dissipando, nel plurimo, il significato intrinseco dell’Uno, l’Ottimo.

Così gli slogan, riprodotti su scala monumentale  (Breathe Quietly, 1976-2013). Così i profili di Stalin, replicati ad libitum, con in più il concorso della parola (ABC. Alphabet. Cultural Revolution #4 The sun illuminate to us the name of Stalin, 1975-76). Così l’epopea di Lenin, (Two Lenin. Communism There!, 1976; Party Line. Travel towards Communism, 1975-2005), magari assecondando la tradizione calligrafica dei mantra orientali, nel processo di compilazione dei fondali (Party Line. Mantra USSR. Mantra, we will come to a victory of communism!, 1978)

C’è una certa compiacenza dada, oltre che concettuale, in una simile operazione. Perché del Potere Comunista Akhunov contesta, per il tramite del linguaggio, le pretese innanzitutto totalizzanti. Le ambizioni egemoniche, dominanti e precostituite, che si impongono coi crismi della logica e della tautologia, e che in realtà appaiono, ad una più attenta analisi, come il frutto di una ricomposizione arbitraria e certo interessata del reale.

Guardare un’opera di Akhunov significa, allora, compiere un viaggio a ritroso – ‘archeologico‘, parafrasando il Foucault de Le parole e le cose – nella società sovietica e nella memoria. Accedere ad un archivio ‘aperto’. Un art-chive, come egli stesso ha a più riprese dichiarato, pietra miliare della propria, personale mitografia ‘social-modernista’, in cui nulla è come sembra e tutto rimane lì, instabile, pronto ad essere (ri)vivificato dall’intenzione.

Quanti fili, allora, possiamo rintracciare, in queste opere. Quante ricombinazioni possibili. Scoprirne le sedimentazioni è un modo per interpretare non solo le aberrazioni di un Potere altrimenti reazionario. Ma anche le infinite potenzialità di un artista e un movimento, il Concettualismo Moscovita degli anni Settanta, che non hanno conosciuto le limitazioni imposte dal mercato, piuttosto che dallo star-system. E che per questo si sono mossi con coraggio e ammirevole senso critico, spesso anticipando altre, più blasonate correnti. Meritando, per questo, una più accorta e approfondita indagine, in seno alla comunità artistica internazionale.

 

Vyacheslav Akhunov. The red line
Laura Bulian Gallery
Milano, via Montevideo 11
fino al 22 marzo 2014

Orari. da martedì a sabato 15-19
Ingresso libero
sito web. www.laurabuliangallery.com


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